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Reportage 2017-11-24T15:36:42+00:00

Da Esfahan a Yazd sulla Via della Seta

Il CTA nelle vie del mondo – Parte 2

Pagina inserita il 03/11/2017
Autore: Filippo Pugliese – Presidente del CTA di Potenza
Luogo: Potenza – 02/11/2017
C’è un solo modo per ricordare Esfahan come un luogo favoloso da mille e una notte:  arrivarci al tramonto, sulla Piazza chiamata “Immagine del Mondo”, ovvero la Piazza dell’Imam Komeyni; un grande rettangolo lungo 500 metri e largo 150.È quella l’ora giusta, quando gli ultimi raggi di sole indorano la sequenza dei bassi edifici, uniti dalle arcate che la circondano, con le magnifiche moschee, poste ai quattro lati, che si riflettono nella grande vasca al centro della spianata. Il crepuscolo, poi, crea un’atmosfera magica quando le prime luci accendono la meraviglia nell’oscurità del luogo che sembra dipinto col colore turchese delle Moschee e dei Minareti svettanti verso la mezza luna splendente su tutto l’Islam. La Moschea dell’Imam Komeyni, il Palazzo Reale Ali Qapu, la Moschea Lotfollah sono scrigni preziosi, contenitori meravigliosi di bellezze architettoniche ed artistiche, di sontuose figurazioni del potere regale e della grazia reale, che hanno fatto di questa città l’esempio del Rinascimento Persiano ed un Patrimonio Unesco. Lungo i quattro lati della Piazza si svolge il grande Bazaar: è lì che la gente vive la sua quotidianità. La costruzione risale agli anni di Marco Polo e chissà se, percorrendo la Via Della Seta dal sud al nord della Persia, il grande viaggiatore veneziano non ebbe da comprare o da vendere qualche preziosa mercanzia proprio in questo luogo.

Kashan e il Santuario di Fatime-Masoumeh

Il CTA nelle vie del mondo – Parte 1

Pagina inserita il 31/10/2017
Autore: Filippo Pugliese – Presidente del CTA di Potenza
Luogo: Potenza – 30/10/2017
La storia millenaria dell’antica Persia rivive anche nella città  di Kashan. Qui la leggenda e la storia si fondono: sarebbe la città  di origine dei Re Magi e Marco Polo, che passò da qui nel suo viaggio verso la Cina, prima di attraversare la catena del Pamir. Caratteristiche torri-acchiappavento emergono dai tetti a dare intelligente aereazione alle case quando, in estate, i cinquanta gradi del vicino deserto del Maranjab ‘infiammano’ la città. Snodo commerciale sulla leggendaria Via Della Seta e città di passaggio sulla via che da Teheran portava a La Mecca. Residenza di facoltosi commercianti  che costruirono bellissime case private: ne esistono più  di duecento e la più  bella e la più  bella è Tabatabael House. Residenza anche di sapienti artigiani e di  coltivatori che si sono tramandati di generazione in generazione l’antica arte di fabbricazione dell’acqua di rose, l’odorosa essenza di cui è  profumata – così si dice – La Mecca: la Rosa di Persia, il fiore di Maometto, regalo di Dio. E in effetti negozi, strade e bancarelle ne testimoniano l’attuale produzione e un sapiente artigianato mette in mostra piastrelle smaltate e vasellame. La costruzione architettonica più affascinante è il Giardino di Fin, forse il più  antico oggi esistente in Iran. Si resta affascinati in questo giardino: il rigoglio dell’acqua nei canaletti di irrigazione, le frescure del verde e i colori del giardino danno serenità, tranquillità bene-stare e avvicinano all’importanza che ha  l’idea del Paradiso nella cultura islamica.
Vicino, a pochi chilometri, si trova Qom, Città Santa per gli Sciiti.
La moltitudine di tuniche bianco-nere indossate da Mullah  e da Ayatollah, di camicie e pantaloni neri indossati dagli uomini e di ciador neri indossati dalle donne disegnano il grande quadro della folla di pellegrini nel santuario di Fatime-Masoumeh, uno dei piu importanti dell’Islam Sciita, dedicato alla figlia del VII Imam e sorella dell’ VIII Imam e, per questo, venerata come una Santa. Clero e pellegrini, preghiere e canti religiosi si mescolano in un’atmosfera quasi magica che avvolge e chiede rispetto, mentre si ammira la bellissima Moschea dalla cupola dorata, i decori colorati e i soffitti e gli specchi  che sono vere proprie opere d’arte: “la bellezza ci circonda” diceva un poeta persiano del XII secolo. Gente che prega, che entra ed esce, uomini urlanti in processione veloce che trasportano tutt’intorno alla spianata un morto avvolto in una bandiera verde, gente semplicemente seduta all’ombra in religioso silenzio come se aspettasse proprio il XII Imam ancora oggi atteso dalla fede Sciita. Sono questi i momenti che è  possibile cogliere in questo santuario e non sono affatto uno spettacolo, bensì una manifestazione di fede, che si circonda anche della bellezza.

La Sostenibilità nel Turismo, tra Etica e Competitività

Riflessioni sulla Tavola Rotonda, svolta a Milano, nell’ambito della BIT 2017

Pagina inserita il 21/04/2017
Autore: Enrica Perini – Presidente del Comitato Nazionale CTA
Luogo: Mantova – 04/04/2017
Nel mercato generale le proposte turistiche sono sempre più attente a coniugare etica e competitività. Da anni, le strutture soprattutto le più recenti ma in modo particolare i grandi gruppi come Best Western,  adottano comportamenti e azioni volti alla tutela e alla cura dell’ambiente a partire dalla salvaguardia di due elementi fondamentali; l’energia e l’acqua. Modelli operativi che richiedono importanti politiche d’investimento, che tuttavia troppo spesso non portano  ad una risposta concreta da parte del turista per due motivi; quello economico; per la mancanza di volontà a spendere  qualcosa in   più   per accedere a  queste strutture, ma soprattutto sociale; per la mancanza di una cultura ancora poco incline a  intraprendere nuovi stili di vita, a partire anche dal fruire di una proposta turistica attenta a tale ambito. Aspetti ancora troppo poco riconosciuti anche dal mercato, mettendone a rischio la sostenibilità e conseguentemente la continuità in tale direzione.Occorre quindi partire dal fare cultura, per poter rispondere, attraverso il  turismo, a esigenze non solo economiche ma anche sociali. Uno sviluppo del turismo attraverso nuove scelte organizzative volte anzitutto a portare benefici alla popolazione locale, con ricadute economiche a favore dei residenti. Un modello di reciprocità dove il turista deve anzitutto rispettare le regole di chi li ospita, ma nel contempo, il territorio deve garantire sicurezza  ma soprattutto accoglienza come si conviene ad un Amico, alla riscoperta della profondità  dell’incontro, tornando a riscoprire il rapporto umano.Un aspetto che passa anche attraverso  una formazione locale delle nuove generazioni per un recupero e valorizzazione del proprio ambiente.Bisogna quindi creare le condizioni per una sostenibilità nel tempo a partire da un forte legale con il territorio; un turismo quindi sostenibile che tenga conto di quattro grandi temi: “ Economico – Ambientale – Sociale – Culturale”.
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Sono intervenuti:

Nicola Bellini – Direttore Tourism Management Institute presso La Rochelle Business School

Sara Digiesi   Chief Marketing Officer Best Western Italia

Maurizio Davolio  Presidente Associazione Italiana Turismo Responsabile

Ludovico Patelli  Presidente Cooperativa l’Innesto

Massimo Gottifredi – Alleanza Cooperative Italiane Turismo

The CTA’s American Dream has become reality

Impressioni e riflessioni sul primo viaggio nella Grande Mela

Pagina inserita il 17/03/2017
Autore: Stefania Scendoni – Volontaria SCN CTA Fermo 2016
Luogo: Fermo – 10/02/2017
La settimana di “full immersion” nella GRANDE MELA rimarrà indelebile nella storia del CTA di Fermo.
In poco meno di 2 anni di attività, partendo dal Santuario di Collevalenza e Orvieto e toccando, oltre alle mete italiane, le maggiori capitali europee (Londra, Parigi e Berlino), abbiamo coronato un  grande sogno: il volo oceanico per raggiungere la Grande Mela. New York City, la città più famosa degli USA, che meglio rappresenta l’America; la città che non dorme mai, la più cosmopolita del mondo.
Condotta dall’instancabile Presidente Goffredo, la nostra comitiva di 29 amici (Chiara, Francesco, Francesca, Leonardo, Enrico, Stefano, Paola, Luciano, Simonetta, Paola, Gabriella, Fabio, Michela, Natalina, Giuliana, Manuela, Barbara, Enrico, Elio, Franca, Paola, Stefania, Gianluca, Cecilia, Umberto, Enrica, Margherita, Eleonora e Ivana), ha scoperto l’intera Città, visitandone i luoghi più caratteristici e significativi ed immortalandoli in una galleria di immagini fisiche e mentali.
Vogliamo ringraziare di cuore le nostre guide: 4 meravigliose ragazze italiane, residenti in loco, (Chiara, Maurita, Giada e Maria Grazia), che ci hanno fatto sentire accolti e a casa nella città che, solo nel 2015, ha accolto 58,3 milioni di visitatori.  

Antiche e nuove vie di Pellegrinaggio: un accesso al Giubileo

Riflessioni sulla Tavola Rotonda, svolta a Milano, nell’ambito della BIT 2016

Pagina inserita il 25/02/2016
Autore: Enrica Perini – Presidente del Comitato Nazionale CTA
Luogo: Mantova – 25/02/2016
Fare pellegrinaggio in quest’anno Giubilare assume una connotazione più ampia del mero viaggio religioso, orientato ad una meta specifica spesso identificata da un luogo religioso. Come ci ha insegnato fin dall’inizio del suo Pontificato Papa Francesco, tutti possiamo essere pellegrini di Dio, non necessariamente perché si percorre uno specifico “itinerario”, ma facendo Chiesa tornando nelle strade, aprendo le porte al forestiero, in cerca di una luce nuova, che è possibile trovare non solo al raggiungimento di una meta, ma semplicemente incontrando durante il proprio percorso, uno sguardo nuovo, attento all’altro, al fratello, “riconoscendolo” e accogliendolo con sincero amore. Fare pellegrinaggio oggi allora, assume una dimensione nuova, quanto antica, bisogna tornare a riappassionarsi all’altro, senza, a volte, affrontare lunghi percorsi, ma semplicemente “guardando” con amore al nostro contesto quotidiano familiare e di lavoro, alle nostre comunità, annientando quel male che affligge i nostri tempi, l’indifferenza; generativa di dolore, sofferenza ma soprattutto di tanta solitudine. Madre Teresa affermava che il male più grande al mondo non è la mancanza di cibo ma la mancanza di amore. Amore, la luce che deve tornare a illuminare il nostro cammino nell’incontro con l’altro, il diverso, dove la diversità è un valore aggiunto prezioso per la crescita di ogni essere umano, e non un ostacolo e peggio ancora una discriminazione. Si può essere quindi pellegrini, a partire dalla riscoperta della pienezza del sentimento dell’amore ridecliandolo con azioni che ne siano espressione; solidarietà, l’accoglienza, generosità ;perché solo insieme, l’uomo è in grado di sopportare le avversità della vita e capirne fino in fondo il dono prezioso che ne racchiude. Quindi ogni luogo o contesto, può essere generativo di un cammino del pellegrino alla ricerca della misericordia di Dio. Come il Vangelo chiede di incarnarsi nella Storia, così noi siamo invitati a fargli spazio in una vita fatta di ascolto ma soprattutto di esempi concreti con le nostre azioni quotidiane. Ecco allora l’importanza del lavoro della nostra Associazione Turistica delle Acli, che ancorata alle radici fondative cristiane, deve fare propria la quarta fedeltà associativa; al Futuro, un futuro capace di volgere uno sguardo al mondo, all’attualità; che torni a mobilitare le persone a riappassionarsi gli uni agli altri per sostenersi e abbattere le disuguaglianze, dove l’uomo è rimesso al centro, valorizzandone le proprie capacità ed esperienze, salvaguardandone la dignità (pienezza della vita umana) contro la logica dominante dello scarto di chi non serve più. Bisogna tornare come Gesù ad abitare tempi e luoghi diversi, tempi e luoghi caratterizzati dalla libertà vissuta e donata. Una modalità di ritornare a vivere il tempo, come una grazia. Infatti, nel nostro modo di vivere e gestire il tempo, spesso sperimentiamo in noi e negl’altri l’esatto opposto. I nostri giorni sono spesso caratterizzati da un disagio del vivere il tempo e lo spazio che porta alla “schiavitù” e al malessere, mancando nel nostro modo di vivere il tempo e lo spazio, quelle caratteristiche che sono custodite dal “tempo del Sabato” di Gesù, tempo di creazione, di gratuità e di Dono. E proprio quest’ultima caratteristica è particolarmente importante; vivere il tempo come tempo donato per se e per gli altri, attraverso il quale riscoprire il volto più autentico dell’esperienza umana.

Viaggiare, emigrare per le vie del mondo, salvaguardando il diritto alla salute di Tutti

Diario della Conferenza tenutasi, il 5 febbraio 2016, presso la Biblioteca Nazionale di Potenza

Pagina inserita il 11/02/2016
Autore: Filippo Pugliese – Presidente CTA Potenza
Luogo: Potenza – 11/02/2016

Voglio raccontare di una di medicina delle migrazioni e del turismo, e con Antonio Russo responsabile Area Immigrazione Presidenza Nazionale Acli.

Nella mia lunga esperienza di operatore culturale –nel 2016 il Centro Turistico Acli di Potenza celebra i trent’anni di attività– poche volte mi è capitato di animare una conferenza così ricca di contenuti e così suggestiva per l’immaginario che i due relatori hanno saputo suscitare.

Subito i relatori si sono integrati così bene che sembrava che si conoscessero da lungo tempo e non da qualche minuto. Dovuto alla intelligenza della integrazione, alla magia della reciprocità? Sicuramente dovuto a una comune visione del mondo, quella della generosità e della tolleranza senza orpelli.

Per due ore e mezza la sala è stata presa “da incantamento ” e portata dalle parole e dalle immagini dentro le immigrazioni in Italia e in Europa e nelle diverse aree del mondo, dove il diritto alla salute di tutti è continuamente impedito dalle condizioni di vita lì esistenti: in Libano come in Siria, in Libia come in Tunisia, in Palestina come in Egitto, in Nigeria come in Eritrea e in Mali, in Birmania come in Cambogia le condizioni dei  profughi, dei rifugiati,  dei senza terra, dei resistenti gridano la necessità  di condizioni di salute più  umane. E il loro grido è per il diritto alla vita.

Già  dalla composizione del manifesto si capiva che la serata  sarebbe stata una occasione da non perdere. Il titolo è stampato in un’esplosione di luce e di colori da dove  emerge, indistinta, una locomotiva nera che avanza in una prospettiva che le dà velocità. Inconfondibile ! È  il famoso quadro “La Locomotiva”  di W. Turner, grande viaggiatore e grande pittore inglese,  detto il pittore della luce e dell’indistinto, che dipinse quest’opera nel 1844 in omaggio alla modernità allora rappresentata  dalla locomotiva che avanza veloce in un paesaggio  indistinto, appunto, e appena percepibile tra vapori, foschie, colori infuocati, luci diffuse e ombre accennate. Alla sinistra del manifesto avanzano su binari ben tracciati un uomo una donna un bimbo, affaticati nella marcia e timorosi  nell’espressione ma ben determinati ad andare avanti,  verso una meta che si capisce lontana: forse l’incognito, sicuramente l’altrove. Chiara allusione all’odierna tragedia delle emigrazioni,  della gente che si muove per superare le frontiere visibili d’Europa e trova, invece, i nuovi muri e le frontiere invisibili dell’intolleranza, del pregiudizio, del nazionalismo. In fondo al manifesto una mano aperta e tesa per accogliere, ma che ancora non li accoglie, sia chi ha intrapreso un viaggio con la comoda modernità, la locomotiva di Turner, sia chi si è avviato in un viaggio della disperazione. Entrambi viaggiatori che esercitano il loro diritto a muoversi, a viaggiare.

È stato un ottimo incipit per i due relatori. Antonio Russo ha fornito ampia informazione sulla questione dell’emigrazione oggi, portando la sua diretta esperienza maturata nelle specifiche commissioni e osservatori nazionali. Forte nella sala è riecheggiato l’appello ad accogliere lo straniero, che sia profugo o rifugiato, per dare giusta espressione di impegno civile di un continente che vanta di essere la culla dei diritti umani. Così  come alto nella sala è stato pure  il richiamo a rispettare il diritto di tutti alla vita che viene prima degli interessi degli Stati.

Aldo Morrone ha letteralmente affascinato e, perché  no, anche  commosso la sala con la sua testimonianza di quali sono le condizioni sanitarie  vissute  in alcune aree del mondo, Libano Siria Egitto Afghanistan Tunisia  Etiopia, e nei campi profughi. In un’atmosfera silenziosa e attenta, rispettosa dell’ autorevolezza del relatore e della drammaticità delle situazioni descritte, sembrava che nella sala fosse disceso un angelo a parlare dell’amore per la vita.

Una  vita quella di Aldo Morrone spesa in buona parte  a fare il medico tra gli immigrati giunti a Roma, in innumerevoli missioni internazionali nei campi profughi del Libano della Libia dell’Afghanistan, in Eritrea, nelle città  siriane bombardate di Aleppo, Kobane, Homs, in missioni di recupero naufraghi  nel Mediterraneo, sempre ad affermare il diritto alla salute e alla vita di chiunque. Esperto di fama  internazionale in medicina delle migrazioni e del turismo, ma soprattutto  medico impegnato ad attuare  la propria missione umanitaria in situazioni di frontiera; portatore di speranza per molta gente a rischio di sopravvivenza. Non è stato  terzomondismo ciò  che si è sentito nell’intervento, ma rispetto per la vita e difesa del diritto alla salute per tutti. Quando in video sono passate le immagini dell’ospedale aperto sul confine tra Eritrea e Etiopia, dove dieci anni di guerra silenziosa hanno lasciato malati di AIDS e orfani bisognosi di cure, struttura realizzata con le donazioni e diretta dall’equipe di Aldo Morrone, è  stato evidente come la generosità abbia potuto salvare in un solo anno 40 partorienti. Quando poi è  apparso chiaro che molte partorienti lì, in Eritrea,  muoiono per l’impossibilità di raggiungere questo ospedale per le grandi distanze africane e l’assoluta mancanza di mezzi di trasporto, la sensibilità dei presenti è arrivata al punto di proporre la donazione all’ospedale di un fuori strada che possa servire allo scopo.

Pronte le disponibilità del Centro Turistico Acli a farsi carico di una campagna per la raccolta dei  fondi e la disponibilità di Antonio Russo a portare la proposta in seno alla Presidenza Nazionale Acli. Migliore esito non avrebbe potuto avere la conferenza!

Tale empito di generosità ha concluso la serata, con un’eco di rispetto per il grande impegno umanitario di Aldo Morrone, delle Acli e di quanti altri sono impegnati ad accogliere gli immigrati, curarli e aiutarli a  non tentare l’imbarco  disperato per l’Europa.

Un viaggio nella Letteratura


Pagina inserita il 28/01/2016
Autore: Fabio Pipinato – Presidente CTA Trento
Luogo: Trento – 28/01/2016
Prendiamola da lontano: Erodoto di Alicarnasso. Visse nel V° sec. a. C. e viaggiò per tutta la Grecia, il Mediterraneo, soprattutto in Egitto, civiltà che considerava altamente raffinata ed oggi disertata per paura. Attraversò l’Asia fino a raccontare dei luoghi più estremi ed esotici del mondo allora conosciuto per poter riportare e divulgare nelle sue “Storie” aneddoti, curiosità, usi, costumi e tradizioni di mondi tanto lontani e diversi da esser considerati, a volte, veri barbari (non sa esprimersi nella lingua greca) senza civiltà nonostante i luoghi visitati fossero la Persia, l’India, la Cina, tutte culture millenarie e raffinatissime. Questi racconti ci fanno comprendere, tra le altre cose, quanto sia radicato l’etnocentrismo e a la presunta superiorità culturale in uomini che, nel mondo antico, ritenevano di essere gli unici possessori della cultura e della conoscenza per eccellenza. Superiorità che è iscritta nel nostro DNA e che troppo spesso non riusciamo a contenere. Superiorità che non ti permette di conoscere l’altro, classificandolo in categorie spesso banali.
Continuando nell’ambito della letteratura greca, il viaggio senza ombra di dubbio più conosciuto è quello raccontato da Omero – e conseguentemente divulgato attraverso il canto degli aedi nelle agorà ateniesi e durante le feste Panatenaiche- nell’epopea più affascinante e moderna: l’Odissea. Ancor oggi viene usato come sinonimo di viaggio con qualche problemino.
E’ la storia di Odisseo, re di Itaca che per sete di conoscenza, per voglia di soddisfare quel che l’uomo ha di più intrigante ed ambizioso, realizzò il desiderio più grande di ogni essere umano: andare sempre oltre ogni limite, di vivere esperienze sempre nuove e ricche che possono addirittura mettere a rischio la propria esistenza. Come il naufragio da cui si salvò approdando sull’isola dei Feaci, su cui trovò ospitalità presso il re Alcinoo e la figlia Nausicaa, che si innamorò perdutamente dello straniero, o quando riuscì a sfuggire ai pericoli di Scilla e Cariddi. Odisseo, che sacrificò una vita da re, nella sua lussuosa reggia, fatta di agi e prestigio, con accanto la sua amata moglie tanto fedele e innamorata; che rinunciò a veder crescere il proprio figlio, lasciato in fasce al momento della partenza per Troia e ritrovato, al suo ritorno, ormai uomo, tutto questo per vivere tempeste, naufragi, maghe e donne che vorrebbero trattenerlo presso i loro talami. Come nel caso di Circe, la persecuzione e l’ira del dio Poseidone a cui è stato accecato il figlio, il ciclope Polifemo con uno dei suoi tanti inganni e stratagemmi per poter continuare, imperterrito e tenace, lo scopo della sua vita: conoscere, sapere, crearsi un bagagliaio più ampio possibile. Odisseo che per primo riuscì ad andare oltre le colonne d’Ercole, il non plus ultra del mondo antico, oltre il quale c’era solo mistero, paura, pericolo, l’ignoto. Tutti ingredienti verosimili che vengono ancor oggi aggiunti volentieri dal viaggiatore nelle lunghe serate di proiezioni diapositive ad onor del vero mal sopportate dai graditi ospiti.
Odisseo fu un mito per Dante. Il sommo poeta collocò l’eroe greco esattamente nel XXVI canto dell’ Inferno. Il Poeta fiorentino, uomo dalla mentalità tipicamente medievale, si sottopose alla suprema e inviolabile volontà di Dio e condanna l’eroe greco all’inferno proprio per l’uso dei tanti inganni, dal subdolo, ma molto astuto e anche simpatico modo di “convincere” Achille a prendere parte alla guerra di Troia, alla costruzione del cavallo per espugnare la città nemica. Odisseo, infatti, si è affidato solamente alla ragione umana, al proprio intelletto e alle sole proprie forze senza curarsi dell’ordine divino, anzi sfidando le divinità stesse. E’ per Dante tracotante, Eschilo direbbe di lui che si è macchiato vergognosamente di “hybris”, di superbia eccessiva, che ha sfidato la “Tuke”, il Destino ineluttabile. Dante, invece, da bravo uomo medievale, ligio al dovere ha intrapreso e si è fatto carico di un viaggio ultraterreno con l’obiettivo di salvare, o quantomeno redarguire, il genere umano dal peccato, dalla corruzione terrena. In nomine Dei.
Ma non per questo si sente potente, superiore a tutti gli altri uomini. Anzi, proprio per l’umiltà che qualifica l’uomo medievale, il non osare la sfida di qualcosa di trascendente, Dante ha sempre accanto a sé una guida (anche se non del CTA): da Virgilio, la Ragione, la Saggezza a Beatrice, la Teologia, la conoscenza suprema, l’angelo-guida che intercede per lui, che gli permette di fare esperienza di Dio attraverso i suoi occhi, occhi smeraldini, tipici della bellezza canonica medievale, tanto che ogni donna viene rappresentata con occhi chiari, capelli biondi proprio come la Laura del Petrarca, così eterea e angelica da non essere mai realmente esistita. E’ per Beatrice, quindi, che compone la Commedia, è per lei che compie questo viaggio impensabile per chiunque se non da un uomo realmente innamorato e che proprio attraverso l’amore per la sua donna riesce a vivere l’esperienza più grande che un uomo dell’epoca desiderasse fare: vivere e vedere con i propri occhi e la propria anima la luce accecante e la beatitudine di Dio.
Altro viaggio molto interessante da trattare e avere sempre in mente perché paradigma quanto mai moderno ed estremamente attuale è quello che compì Astolfo sulla Luna. Questo episodio, all’interno del poema epico cavalleresco dell’Ariosto del 1500, è emblematico: Astolfo, col suo ippogrifo, deve compiere un viaggio, andare sulla Luna per recuperare l’ampolla che contiene il senno dell’Orlando, che si trova insieme a tutte le altre cose ormai perdute dagli uomini sulla Terra. Il recupero del senno è una tematica molto interessante perché quanto mai attuale e contemporanea, poiché è ormai palese che il senno sia tornato sulla Luna, insieme a tutte le altre virtù e belle caratteristiche del genere umano. Basti vedere un Occidente spaesato che vende armamenti al suo acerrimo nemico: lo Stato Islamico.
Ogni viaggio nella letteratura era accompagnato da ansie e paure ma, soprattutto, da grandi soddisfazioni e narrazioni. Ancor oggi è così. Nonostante le titubanze sono molti i trentini che si mettono in viaggio con noi. Compresi voi.
Buon Viaggio.

Italiani. Navigatori ed inventori.


Pagina inserita il 08/01/2015
Autore: Fabio Pipinato – Presidente CTA Trento
Luogo: Trento – 08/01/2016

Buon anno. Buon 2015.

Grazie a voi ed alla vostra curiosità di andare, conoscere, esplorare, il Centro Turistico Acli è uscito illeso dal 2014. E’ stato un anno non facile per molte Associazioni ed Agenzie del Turismo che hanno chiuso i battenti causa crisi, ma noi, grazie a voi, siamo riusciti a portare a casa un buon risultato. Ciò è grazie ad uno staff che vi ha messo tre “G”: gusto, generosità e grinta e tre “I”: intelligenza, immaginazione e intuizione. E molti volontari ed accompagnatori – mai ringraziati abbastanza – che ci hanno aggiunto tre “T”: tempo, testa e tasca. Se ci aggiungiamo la “A” di Acli, ne risulta la parola GITA che è, per l’appunto, l’oggetto del nostro lavoro.

In fondo sono le caratteristiche dell’italiano intraprendente che nei momenti più bui sa trovare o, meglio, inventarsi una strada. “Il carattere degli Italiani – scriveva Giuseppe Prezzolini – è stato creato da duemila anni di diritto romano, di profili e di ombre nette dei monti, di distinzioni psicologiche e di contratti col tribunale della confessione, di transazioni politiche nelle lotte comunali, di accortezze nell’opporre forze segrete a forse segrete sotto i dominii assoluti, di taciti disprezzi sotto l’ossequio formale ai signori, di libertà interne conquistate col duro prezzo della soggezione politica”. Tutto questo forma le menti a seguire le idee ed infine il mondo.

Nel momento più buio della crisi del turismo bisognava “inventarsi qualcosa”. Con il Medio Oriente in subbuglio, il Maghreb in guerra e l’Africa Sub-Sahariana Occidentale infestata dal virus dell’ebola abbiamo, comunque, proposto alternative, soluzioni, un catalogo, per gruppi ed individui. Sono stati garantiti soggiorni mare a prezzi modici per famiglie ed anziani, senza mai perdere la meticolosità, l’attenzione al dettaglio ed alle esigenze di ogni persona. Solo così si fa la differenza. Con la globalizzazione e la crisi, tutti fanno di tutto e le proposte di viaggi alternative al CTA non mancano, anzi. Ma le offerte meno costose sono anche le meno curate. C’è il rischio reale di trovarsi in hotel fatiscenti, con personale maleducato. Noi cerchiamo, per quanto ci è possibile, di essere meticolosi e di avvalerci dei feed-back (ritorni) dei nostri associati.

Ma l’attenzione e la cura al particolare non basta. Bisognava inventarsi qualcosa anche per i territori poveri che frequentiamo con i nostri viaggi. Non è un caso che tutte le più grandi invenzioni abbiano avuto un marchio italiano: senza scomodare Leonardo Da Vinc, potrei citare Panfilo Castaldi (inventore del carattere mobile per la stampa poi utilizzato da Gutenberg) o Antonio Meucci con il telefono, per arrivare a Massimo Benzi che, da un bar di Ivrea, s’è inventato una scheda elettronica che è entrata nei laboratori di tutto il mondo.

Io devo molto al CTA perché è il più importante donatore di Ipsia (Istituto Pace, Sviluppo ed Innovazione delle Acli): ho la fortuna di essere, sin tanto che mi sopporteranno, il Presidente di entrambi. Da quella scrivania seminascosta di via Roma abbiamo creato, a proposito d’innovazione, la “stufa che cova le uova”; la prima incubatrice a legna per uova. Negli altipiani africani, dove è alto lo sbalzo termico, non più del 30% delle uova da cova si schiudono; sotto la stufa, fatta di fango, terracotta e pietra refrattaria, le uova si schiudono quasi tutte. Importanti Istituti di Ricerca, come l’Università di Sidney, hanno riconosciuto l’importanza dell’intuizione e, a loro volta, diffuso l’invenzione, che ha ricevuto premi internazionali ed è stata presentata in Vaticano. Come se non bastasse, a nord del Monte Kenya, Ipsia sostiene una controparte – Meru Herbs – che ha ricevuto un secondo premio dalle Nazioni Unite (FAO) per il Miglior Progetto di Trasformazione Agro-Alimentare. I prodotti equo-solidali premiati si trovano nelle botteghe Mandacarù ed in molti supermercati trentini.

E’ bello sapere che viaggiando con il CTA si ha l’opportunità di sostenere progetti riconosciuti dalla Comunità Internazionale. Una soddisfazione che ho il piacere di condividere.

Galapagos

Che Paradiso !

Pagina inserita il 29/08/2012
Autore: Filippo Pugliese
Luogo: Ecuador – 29/08/2016

Isole Galàpagos, agosto 2012.  Cinque ore di pullman da Potenza a Roma, due ore di aereo per Madrid,dodici ore di aereo per Quito, due ore e mezza di aereo da Quito alle Isole Galàpagos, a 970 km dalla costa dell’Ecuador, in mezzo all’Oceano Pacifico.

Le Galàpagos sono un posto dove devi andarci apposta, per scelta o per curiosità, non ci capiti per caso. Solo un vescovo ci capitò per caso nel 1535 quando in trasferta verso il Perù, la sua nave fu deviata da una tempesta su queste isole allora sconosciute. Scoprì un posto infernale: vulcani, caldere,canali lavici, rocce nere di lava solidificata, strati sprofondati in orridi barrancos, colate di lava che si spengono nel mare, foreste di cactus giganti e barriere di inestricabili mangrovie, aspre scogliere dove il mare urla e sbatte tutta la sua potenza. Scoprì un territorio ostile all’uomo e abitato unicamente da grandi tartarughe,mostruose iguane, migliaia di leoni marini, una varietà di uccelli mai vista in altri posti. Provò a cercare l’oro e l’argento per la Corona e riferì al suo re, Carlo V° di Spagna, che su quelle isole non vi erano ricchezze ma solo galàpagos, che in spagnolo vuol dire guscio gigantesco. Da quel rapporto la Spagna decretò che quelle isole non erano strategiche per la ricchezza della Corona, le incluse nelle mappe del tempo e le dichiarò inabitabili. In seguito solo i bucanieri le utilizzarono per i loro nascondimenti e per approvvigionarsi, una volta scoperto che le tartarughe giganti erano una preziosa riserva di carne fresca perché potevano resistere, senza bere e né mangiare,un anno e mezzo nelle stive delle navi. Da allora furono chiamate Galapagos, anche perchè viste da lontano le loro sagome sembrano proprio il carapace di grandi tartarughe sulla superficie del mare. Qualcun ‘altro, con più poesia del vescovo le chiamò Islas Encantadas perché sparivano e riapparivano a causa della nebbia.

All’aeroporto di Baltra, una vecchia base militare americana dismessa da tempo, si ha subito la fotografia di un paesaggio aspro e selvaggio, sicuramente lunare, sospeso tra cielo e mare. Sull’imbarcadero sonnacchiosi leoni marini, grandi pellicani che si tuffano in picchiata nel mare cristallino sono le prime curiosità che si presentano ai diciotto viaggiatori del Centro Turistico Acli di Potenza.

Mi chiedo se questo sia il posto ideale per trascorrere una vacanza; mi rispondo che forse non c’è bisogno di andare sulla luna o su marte per avere un paesaggio simile. Mi dico che queste isole sono un mondo da scoprire per chi non ha smesso di essere curioso.

E la curiosità comincia ad essere appagata già a Puerto Ayora, sull’Isola Santa Cruz, di prima mattina al mercato del pesce si assiste allo spettacolo quotidiano dei pescatori che eviscerano il pescado della notte –magnifici tonni e superbe aragoste vendute a centimetri e non a chilo– lasciando i resti a leoni marini, sule, pellicani e fregate che ti gironzolano tra i piedi senza alcun timore per l’uomo. La familiarità di questi animali con gli uomini è il grande monumento che quest’isola dà al pescatore. Pescatori, e non marinai. Volti d’ambra cotti dai raggi del sole che qui picchiano verticali (siamo sempre all’Equatore), mani poderose che adoperano canapi e reti, sguardi profondi che sanno quale onda scrutare, parole ferme urlate nei confronti di quegli animali che non contentandosi dei resti puntano il pezzo migliore.

I pescatori sono l’unica attività produttiva di queste isole, visto che tutti i beni alimentari e di consumo vengono portati dalla terraferma. A volte si arrabbiano e occupano il Comune per protestare contro le basse quote di pescado fissate dall’autorità. Il protezionismo in queste isole è una scelta precisa e rigorosa fatta per salvare la biodiversità e mantenere l’equilibrio dell’ecosistema. Da quando nel 1934 il governo ecuadoregno dichiarò queste isole parco marino e riserva naturale è una lotta spietata contro i maiali, le capre, i cani, i gatti e le mucche che, portati all’inizio del ‘900 dai primi pescatori, hanno prolificato diventando una minaccia per quel delicato equilibrio. Oggi viene fatto rigoroso divieto di introdurre questi animali oltre le quote controllate.

Puerto Ajora (18.000 abitanti) è il centro più animato di tutte le Galàpagos. Alberghi, bar, ristoranti, un porticciolo attivo dal quale partono le imbarcazioni per le escursioni nelle altre isole, le costosissime crociere e le spedizioni dei sommozzatori. La presenza di ben 49 agenzie di operatori turistici fa capire che è qui il motore dell’economia, la galleria dell’artigianato mostra un’ interessantissima produzione in legno e ceramica di soggetti tipici dell’isola: iguane, sule, fregate, tartarughe, otarie, squali, razze, pinguini e figure andine di campesinos che ti ricordano che siamo in Ecuador. Mancano però le vigogne, gli alpaca e i lama perché anche qui, forse, si vuole rispettare l’equilibrio faunistico locale. Manca pure ogni riferimento all’impero degli Incas. Però gli incas, grandi conquistadores dalla Colombia fino al nord dell’Argentina, pur avendo conosciuto questo territorio se ne disinteressarono completamente.

Sottolineato come la storia degli uomini parli anche attraverso gli oggetti che riproducono loro abitudini, mi pongo alcune domande: perché i riferimenti agli insediamenti umani datano solo dal 1535, anno della scoperta delle isole, lasciando così un grande vuoto su ciò che era stato prima? Possibile che queste isole siano state disabitate fino ad allora a causa della loro formazione aspra e selvaggia? Ciò è ben strano se si tiene conto che l’uomo nella sua storia si è insediato ed è sopravvissuto in territori ben più ostili e inospitali. La risposta la conoscono i venti del Pacifico, perché fino ad ora non è stata autorizzata alcuna ricerca di antropologia fisica, forse per non turbare l’equilibrio dell’ecosistema.

Su queste isole mai collegate alla terraferma e di formazione vulcanica, quando cinque milioni di anni fa le rocce urlarono al cielo dalla profondità del mare e i mari coprirono ogni cosa -in quel cataclisma che la Bibbia chiama Diluvio Universale- arrivò, Dio sa come, la vita. Illuminante per capire l’evoluzione della vita in queste isole è una pagina della rivista Travel: “Questa (la vita) arrivò via cielo e mare. Uccelli marini vi approdarono esausti dopo mille chilometri e più, testuggini e iguane arrivarono come inconsapevoli naufraghi su zattere vegetali, mentre semi di piante, uova e larve potrebbero aver viaggiato nello stomaco di qualche animale o fra le penne di qualche uccello. La vita ha mille risorse e, a riprova di ciò, su queste isole inospitali, fatte solo di rocce, la vita riuscì a svilupparsi e a diffondersi con quell’istinto e quella intelligenza che Darwin scoprì e chiamò Adattamento Evolutivo. Non è la legge del più forte ad avere la meglio, ma di chi sa adeguarsi. Come quei fringuelli su cui Darwin mise gli occhi: appartenevano alla stessa specie, ma avevano becchi diversi a seconda dell’isola che abitavano. Perchè? Perché tra i crepacci di un’isola era più facile procurarsi il cibo con un becco lungo e sottile, sulla spiaggia di un’altra funzionava meglio un becco corto ad uncino. E col tempo – parliamo di centinaia di migliaia di anni – la funzione aveva modificato l’organo, l’aveva adattato alle esigenze. Lentamente, gradatamente, fino a farne una caratteristica genetica, quindi trasmissibile. Le Galàpagos sono un mondo chiuso, irripetibile laboratorio di scienze naturali, e Darwin potè trovare numerose conferme alle sue intuizioni: non c’erano solo i fringuelli dai becchi diversi – che poi da lui presero il nome – ma iguane che avevano imparato a nuotare meglio dei pesci, cormorani che avevano disimparato a volare, tartarughe con gusci come non ce n’erano altrove. Qualche animale era diventato più grosso per sopravvivere, qualcuno più piccolo. Tutti, comunque, avevano dovuto farsi furbi, adattarsi. E questo Darwin scrisse anni dopo nel libro L’origine della specie”. Era il 1835 e a Darwin bastarono cinque settimane alle Galàpagos per cambiare le leggi del mondo e provocare tanto sconquasso che la Chiesa, se potesse, e tutti i creazionisti, se potessero, lo brucerebbero ancora oggi. Galeotto fu un fringuello: il pinzòn di Darwin.

In queste isole Darwin è un angelo che ti accompagna ovunque e che ha lasciato orme indelebili per chi ama e studia la natura. I rangers, formatisi in sei anni di apposite scuole professionali, ne conoscono tutto l’insegnamento; la gente del posto ne conosce solo il nome in quanto egli ha portato queste isole alla ribalta del mondo. Il Centro Darwin è una sentinella a guardia dell’ambiente. Le uova delle tartarughe giganti vengono portate qui affinché possano schiudersi senza tema di predatori. I piccoli restano al Centro  fino a tre o quattro anni prima di essere portati nell’isola di provenienza e liberati. E’ già successo a 2500 testuggini e succederà ancora finchè l’ecosistema non riuscirà a mantenersi autonomamente in equilibrio. I rangers sono gli angeli custodi di oggi, devono seguirti sempre, non c’è itinerario da poter fare soli. Sono guide gentili e preparatissime in zoologia, botanica, geologia. Non si stancano di spiegare, conoscono ogni segreto delle isole, tutto ciò che ha fatto di questo arcipelago il parco naturale più prezioso del pianeta.

Nell’isola Santa Cruz le vere star sono le tartarughe giganti. Alla Stazione Scientifica C. Darwin scienziati e volontari si dedicano alla conservazione di questa specie. Qui è possibile osservarle in cattività, sono tantissime e, raggruppate, danno l’immagine di una squadra di mezzi semoventi. Ma nella riserva El Chato si incontrano a decine, libere nel loro habitat. Vedere queste bestie preistoriche, della grandezza di un metro e mezzo e un peso di 250 chilogrammi e un’età possibile di 150 anni, nutrirsi alzando il collo, che normalmente tende in giù, è un ricordo di tenerezza.

Si cammina molto alle Galàpagos. Gli itinerari sono diversi l’uno dall’altro. Le isole visitabili sono una decina, di un arcipelago che ne comprende 19 grandi e 21 più piccole disseminate nel Pacifico.

La spiaggia della Tortuga è il nostro primo vero incontro con il mare di Santa Cruz. La raggiungiamo dopo un percorso di tre chilometri, attraverso una vegetazione unica fatta di mangrovie inestricabili che emergono dalla bassa marea, di una foresta incredibile di cactus giganti, veri e propri alberi dal tronco dorato, che assumono forme e composizioni le più strane tanto da far immaginare di essere immersi nella fiaba di Alice nel Paese delle Meraviglie. Spiega la guida che i cactus dell’isola per difendersi dalle tartarughe prima hanno messo le spine e dopo, poiché quelle avevano imparato a mangiare anche le spine, si sono elevati al cielo diventando, nella loro evoluzione, alberi cactus. Su un’altra isola dove non ci sono tartarughe da cui difendersi – continua la guida-  i cactus al posto delle spine hanno messo una strana peluria vellutata. Darwin aleggia sempre! La Tortuga appare come in un miraggio: una grande mezza luna di spiaggia dal bagliore abbagliante, contornata di rocce nere, più nere della pece, contiene un mare forte che urla tutta la sua potenza e biancheggia sugli scogli; pellicani, iguane marine e cormorani, immobili, sembrano contemplare anch’essi questo spettacolo selvaggio e affascinante. Fu qui che alcuni anni fa la petroliera Jessica, spinta dal mare forte, naufragò sugli scogli e si rischiò il più grande disastro ambientale. Ma un vento, forse divino, allontanò la macchia di petrolio salvando miracolosamente l’ecosistema.

Con un confortevole cabinato di 18 posti, un comandante una guida un cuoco e un marinaio, raggiungiamo l’Isla di Saymour. Dall’unico punto di approdo sulle rocce inizia un lungo sentiero di tre km: è un percorso delle meraviglie che attraversa colonie di uccelli marini, di leoni marini, di iguane terrestri. Se la guida ha raccomandato almeno due metri fra noi e gli animali, nessuno ha raccomandato agli animali di tenersi lontani da noi. E’ la natura allo stato puro, qui l’estraneo è l’uomo che da questi animali viene osservato, avvicinato e allontanato. Sule dall’aria svanita e dai piedi azzurri, sembra che abbiano ficcato le zampe in un barattolo di vernice, camminano con passi di danza o sono accovacciate, a proteggere le uova e i loro bianchi pulcini dalle fregate che volteggiano maestose, con ali di due metri e mezzo, pronte a ghermire la preda. Il caratteristico gozzo rosso che contraddistingue i maschi delle fregate viene gonfiato a dismisura quando sono in amore. Penne nere e gozzo rosso ne fanno una mise sicuramente ben abbinata. Iguane terrestri, lunghe un metro e mezzo, mostruose nel loro profilo preistorico ma bellissime nei loro colori giallo-verde-rosso-grigio, stanno immobili al sole e come vere star girano la testa verso la macchina fotografica. Gabbiani tutto-nero, che qui hanno messo una coda di rondine primaverile, volteggiano alti e sembra che abbiano messo il frac. Che Darwin aleggi su quest’isola è molto evidente se si incontra il cormorano che, avendo tanto cibo a portata di mano in questo eden, a poco a poco nel passare di qualche centinaia di migliaia di anni, è diventato un felice pollastro con le ali che sono un accessorio decorativo. Pinguini che sembrano smarriti perchè lontani dal loro Antartide. Leoni marini goffi e sculettanti sul terreno ma abilissimi in acqua. Che paradiso !

L’acqua ha una temperatura di 20 gradi nel mese di agosto. Ma indossando la muta come si fa a rinunciare allo snorkeling, magari con un leone marino che si para davanti alla tua maschera e vuole giocare con te ? Nuotando tra sciami di pesciolini d’oro e guizzi di leoni marini rimpiangi di non essere un esperto sub, per scendere giù in profondità e vedere un mondo di squali martello, di mante, di razze, di grandi aragoste in un caleidoscopio di colori.

Con un ruspante cabinato di otto metri per 20 passeggeri affrontiamo un mare forte e, dopo due ore e mezza di tormento, raggiungiamo Isla Isabela, la più grande di tutto l’arcipelago. Godiamo del comfort e dell’accoglienza di Casa De Marita: un bellissimo resort gestito da un’italiana con il gusto dell’arredo e della buona cucina. Proprio li davanti, una larga spiaggia con palme che sbuffano al cielo e un mare con riflessi d’argento, di un cielo mai completamente azzurro che al tramonto riverbera raggi dorati e lontani bagliori rosso-fuoco, ci danno il benvenuto sull’isola grande.

Puerto Villamil è l’unico centro abitato dell’isola: un villaggio che potrebbe essere il prototipo del villaggio al fin del mundo. Duemila abitanti dimorano in case sparse da raggiungere con una strada sabbiata che porta all’unica piazza, davanti a una chiesa tutta bianca e graziosa, sembra una meringa, con vetrate che al posto dei santi raffigurano fenicotteri, iguane, tartarughe e sule: le creature di quest’isola.

La quiete tutta amerindia del villaggio è rotta dalla concitazione della gente che si dà la voce: una ballena està moriendo a la Playa de l’Amor, vamos a la Playa de l’Amor. Sembrano i versi di una struggente ballata ma è l’avviso che una balena si è spiaggiata in località Playa de l’Amor. E’ una scena che prende l’anima, che non te la scordi più: sulla battigia una balenottera lunga 5/6 metri, grigio–scuro di pelle, è riversa su un fianco e qualche sussulto dice di un’agonia che dura da alcune ore. Nella notte il mare burrascoso l’aveva spinta aldiquà della scogliera; per quattro volte aveva cercato di riprendere il largo, ma ferita e sfinita si era lasciata sbattere sulla spiaggia. La gente del villaggio è accorsa, con i pochissimi turisti,  e assiste silenziosa e impotente, rispettosa di quella creatura marina sempre vagheggiata e di cui ha sempre riconosciuto la signoria del mare. Spontaneamente ha formato un semicerchio, quasi a volerla abbracciare, lasciandole aperto il lato che dà sulla battigia come se volesse indicarle la via di fuga verso il mare. Non ha potuto aiutarla per il mare burrascoso e la tagliente scogliera, l’unico mezzo esistente è una scassata autobotte dei pompieri, e ora può solo assistere alla sua agonia. La lasceranno lì sulla spiaggia a cibare altre vite, tant’è vero che già i primi uccelli si presentano a inverare il ciclo della vita. Non è la scena di un film, è la realtà. Al cinema qualcuno avrebbe detto “E’ la vita bellezza, è la vita. E tu non puoi farci niente, niente”.

Sbarcare e camminare, osservare e non toccare. Sono azioni costanti alle Galàpagos. Da una barca all’altra, da un’isola all’altra, si cammina per tre, quattro, sei otto km nei sentieri segnati, se si vuole vedere la diversità della vegetazione, della fauna terrestre e marina, del territorio. I sentieri di Isla Isabela attraversano tunnel di mangrovie, alberi scheletrici e cespugli glabri, vittime delle intermittenti eruzioni dei cinque vulcani dell’isola.

Sbarcare e camminare sull’isolotto di Tortoreta, dove i litorali rocciosi sono popolati da colonie di iguane marine. Sono nere come la lava , immobili come la roccia. E delle rocce hanno il profilo aguzzo e seghettato,dall’aspetto misterioso e preistorico. Gli scogli sono popolati da un’infinità di granchi rossi, arancioni o gialli, chiamati corridori perché per sfuggire ai predatori fanno affidamento sulla velocità. Laddove il mare si placa nella baia, sul fondo di un canale che sfocia nella laguna, tre squali dormono un metro sotto.

Sbarcare e camminare nella Laguna di Puerto Villamil che appare dopo un lungo tunnel di mangrovie come un lago argentato con sole macchie di colore rosa che sono fenicotteri. Graziose creature, esili e raffinate, che si specchiano nell’acqua e compongono quadri di profonda tenerezza: è uno spettacolo che non vorresti lasciare, mai.

Lontani dal resto del mondo, da queste Islas Encantadas in mezzo al Pacifico ci accingiamo a ritornare con l’impressione di essere capitati in un documentario del National Geographic e con la moleskine zeppa di emozioni recondite. Non dimenticheremo queste isole selvagge circondate da acque turchesi, da baie di sabbia bianchissima o da aspre scogliere. Non dimenticheremo i profili preistorici delle iguane, dragoni in miniatura che sputano l’acqua salata, i giocherelloni leoni marini che fanno surf sulle onde dell’oceano e le sule pediazzurri che sembrano camminare in un film disneyano. Così come ricorderemo l’agonia della balenottera spiaggiata e gli uccelli già pronti a cibarsene. Qualcuno ha definito le Galàpagos un paradiso in forma di inferno. E’ vero perché qui si attraggono innocenza e perversità, infernali scenari di lava nera si alternano a litorali dolcissimi e la vita nelle sue forme evolutive è la vera protagonista.

Filippo Pugliese

IN VIAGGIO DA BARI A MALTA

Filippo Pugliese

Pagina inserita il 23/11/2011
Autore: Filippo Pugliese
Luogo: Malta – 23/11/2011

Il nuovo aeroporto di Bari Palese è luogo di confine tra il vecchio e il nuovo; tra un moderno ormai sorpassato e un futuro tecnologico; tra una terra a forte vocazione agricola e contadina – per sua natura stanziale- e una regione a forte prospettiva commerciale -per sua antica tendenza levantina.

Se ieri il vecchio aeroporto serviva con voli nazionali la grande città, molto attiva nel commercio, oggi il nuovo aeroporto serve con voli di medio e lungo raggio l’intera regione pugliese ed è funzionale al turismo e agli scambi. Le politiche regionali di sostegno dei flussi di viaggiatori fanno registrare un numero consistente di utenti. Con voli low cost a quattro soldi è possibile volare per destinazioni interessanti . Sicchè la gente della Puglia, e non solo, prende l’aereo più di prima e si abitua all’aeroporto di Bari Palese.
Su un volo notturno della Ryan Air, in partenza alle ore ventidue da Bari e diretto a Malta con un biglietto di ventiquattro euro andata e ritorno, ho fatto il viaggio aereo più divertente della mia vita, seduto davanti a una coppia di simpaticissimi passeggeri pugliesi.   Marito e moglie, età sui quarantacinque anni, una tipicità di operaio lui e di casalinga lei, secco come un chiodo lui e piuttosto grassoccia lei, loquaci entrambi nel tipico dialetto barese, ad alta voce e senza ritrosia alcuna, hanno esternato per tutta l’ora e mezza di durata del viaggio le emozioni che procurava a lei la prima volta in aereo e a lui l’esserci ritornato per la seconda volta.
Fortemente divertito, e dolente per dover ridere in silenzio, ho trascritto sulla pagina del quotidiano   il dialogo che sembra uscito da una pièce di cabaret.

Gerardo, a retromarcia va?

Maria senti il motore, è proprio sotto a noi.

E ora… ancora indietro dobbiamo andare? A me mi fa danno. Madò… pure senza luce dobbiamo stare?

No, no… è giusto da così: non ci è corrente.

E perché? non hanno pagato la bolletta?

Ora va in direzione sopra la pista.

E ora? Come si alza ora?

Senti,senti. Cammina e cammina, velocità al massimo e poi si alza. E’ grande,Maria ! Favoloso, favoloso. Lo vedi l’Alitalia, la Francia, l’Airone.

Madò, qua trema tutto: è come lo charaballo.

Stai tranquilla,Maria, non è destino !

L’hostess capisce la difficoltà della signora e le chiede: tutto bene, signora, è la prima volta in aereo ?

Si, è la prima volta e speriamo che non è pure l’ultima.

Maria, è grande, è bello. Favoloso, favoloso. Guarda, guarda a terra.

L’hostess vede la signora in piedi e la fulmina: signora si sieda per favore e allacci la cintura.

Questa, ora, si può fare pure i fatti suoi. Io tengo paura ora.

Accelerata… Maria, guarda ora di alza, ha levato le ruote da terra.

Madò ! Troppo bello, mai visto. Gerardo, con la macchina non ci vado più: piglio sempre l’aereo.

Maria, ora fa la virata. Vira, vira al lato.

Gerardo, ma che cosa devo vedere al lato: è tutto scuro

Vedi, vedi abbasso: il campo sportivo. Quant’è bella la città la notte. Mo se stava giorno si vedeva proprio tutto. Favoloso, favoloso.

A questo punto l’aereo è in quota e il marito chiede alla hostes:

Signorina possiamo levare la cinta?

No, signore, solo quando il segnale sarà spento.

Eh !… Gerardo, questa non sa che io tengo un ciglio di panza.

Aspetta, Maria, un altro poco. Sai quanto sta alto qua ? Diecimila metri.

Come avviene sui voli low cost, le hostess annunciano lo shopping di articoli vari

Signori: coca-cola, snack, pin-ut ?

Gerardo, che cosa sono i pilup ?

Dischi,Maria. Sono dischi di musica.

Gratta e vinci, signori, profumo- uomo, profumo- donna,giocattol

Madò, Gerardo. Pure il mercato ! Mi pare la tabacchina di zio Michele.

Maria, la vuoi la salvietta profumata ?

Meh!… Io l’ho bella e lavata stamattina.

Che hai capito, Maria? La salvietta è per la mano. Vedi, vedi la Sicilia là sotto.

Qual è la Sicilia?

Là sotto, Maria, le luci: vedi là?

Mah… se lo dici tu ! A me mi pare il camposanto con tutti i lucini.

E’ bello, Maria, a soli ventiquattro euri il viaggio.

Madò, così poco!… Allora facciamoci pure un altro giro. Ventiquattro euri non è proprio niente. E l’aereo veloce allora quanto costa?

A questo punto l’hostess dà qualche avviso in inglese.

Gerardo, ma che lingua parla la signorina?

Inglese, Maria, si parla inglese sull’aereo.

Ma se qua siamo tutti baresi,che parla a fare inglese?

Maria, ora scendiamo lo vedi ?

E dove andiamo se non si può scendere ?

Maria, l’aereo,l’aereo comincia a scendere. Senti i motori più lenti ?

Ma ora dove scende ?

A Malta, Maria, a Malta scende. Senti sotto come frena ?

Eh… speriamo che frena veramente, Gerardo !

Ora fa il giro.

Allora, a ventiquattro euri fa pure un altro giro ?

Ma no,gira la pista per atterrare. Quando senti l’intoppo allora è atterrato. Allaccia la cinta,Maria.

Io col ciglio di panza non la posso allacciare.

Allora dobbiamo sentire i tuoni ora che arriviamo!

No, Gerardo. Io non li faccio in pubblico.

Però,Maria, in privato è la festa di San Nicola a Mare !

Dopo un’ora e mezza di volo l’aereo atterra a Malta. Ma non finisce il dialogo.

Ecco, luci smorzate: cinque minuti e siamo a terra.

Madò, Gerardo, ora mi viene.

Spetta, Maria. Stai tranquilla, vedi la città.

Gerardo, ora è il momento che mi viene.

Maria, hai tenuto fino a ora ! Si atterra, è già allineato alla pista. Oggi, alle undici e mezza la notte siamo in Africa. Vedi, vedi quelle sono barche che camminano nell’acqua: fanno le escursioni. Capito? La discesa è buona. E’ bravo il pilota. Vedi, vedi è dolce.

Gerardo, dobbiamo pigliare nome e cognome dell’autista.

Che bello, Maria. Affacciati qua: le strade, le case, le macchine che camminano! Favoloso, favoloso.

Gerardo, tengo il ciglio di panza. Ma qual è la Sicilia ?

Maria, non hai capito niente! Questa è l’Africa. Vedi come è bello.

Madò, Gerardo,quant’è bello. Non ci posso credere, guarda, guarda !

Maria, Vedi la pista ? Favoloso, favoloso, è troppo bello. Hai sentito l’intoppo ? Siamo atterrati.

BIRMANIA

Le Luci e i Silenzi

Pagina inserita il 02/04/2012
Autore: Filippo Pugliese
Luogo: Yangon-Birmania – 02/04/2012

Yangon, marzo 2012. “Siamo venuti in Birmania per conoscere il Paese, coglierne lo spirito del luogo e le sue tendenze, la sua storia e la sua cultura; per incontrare la gente che vive nelle città e nei villaggi, che lavora e lotta quotidianamente per affrancarsi da una condizione di non libertà e costruirsi un futuro più sostenibile. Per capire la grande semplicità della gente, la sua profonda spiritualità e il suo grande amore per la natura. Portiamo lo spirito di un Occidente non colonialista e non rapace, ma rispettoso delle tradizioni e delle usanze del luogo, rispondendo così all’appello della signora Aung San Suu Kyi che recentemente ha esortato a venire in Birmania affinché cessi l’embargo che affligge il popolo birmano.  La visita del gruppo di italiani del Centro Turistico Acli di Potenza  al bureau della Lega Nazionale per la Democrazia testimonia l’apprensione con cui l’associazionismo democratico italiano guarda e sostiene la lotta della Signora  per la democrazia e la libertà in questo Paese. Auspichiamo che la competizione elettorale in corso si concluda con la vittoria della Signora, del suo partito e delle forze giovanili e popolari che la sostengono.  Abbiamo visto l’amore con il quale il popolo guarda alla Signora, vorremo vedere la gioia del popolo birmano per la vittoria della democrazia. Da Yangon a Inle Lake, da Mandalay a Bagan, da Mingun a Pyndaya la semplicità e l’accoglienza della gente ci hanno dato emozioni e ci hanno suggerito lo slogan che porteremo con noi in Italia:”viva l’unione del popolo birmano e del turista italiano”.

E’ questa l’intervista rilasciata a Yangon  dal tour leader del gruppo di italiani ai giornalisti di Radio France nel corso della visita della sede della Lega Nazionale per la Democrazia.

Il fervore e l’animazione nel bureau sono uguali a quelli che caratterizzano in  campagna elettorale le sedi di partito in ogni parte del mondo. Manifesti, volantini, gadget, fotografie, giornali accatastati per la distribuzione; un lungo tavolo  con un panno verde è il posto  per le riunioni dell’ufficio politico;bandiere del partito: sfondo rosso cgil, pavone dorato e stella bianca a cinque punte. Su tutto domina un  grande poster della Signora, fotografata in mezzo al suo popolo, e di suo padre il generale Aung San che nel 1948 ha dato ai birmani l’indipendenza dagli inglesi e che per questo fu ucciso in un attentato. Gente che indugia nella conversazione, uomini e donne, giovani e anziani prendono il materiale e lo portano via, chissà in quali quartieri della metropoli o nei villaggi disseminati sul territorio.

Si voterà tra aprile e maggio, ma i generali ancora non hanno comunicato il giorno. Proprio così ! Da parte del regime non c’è interesse  per la consultazione popolare, sicchè il giorno sarà al più presto, per non dare tempo agli avversari, e sarà probabilmente quello più favorevole ai generali. Intanto il partito della Signora si è messo in gioco puntando su feste di quartiere e su incontri in piazza con testimonyal del mondo della cultura. I birmani amano molto  questo tipo di incontri perché consente loro di parlare del mondo e del Paese, visto che qui si legge poco e si lavora molto. Si inviano messaggi ai villaggi e aiuti agli orfani che sono i destinatari principali del programma politico di San  Suu Kyi. Non si fanno previsioni: i ricchi stanno a guardare, i commercianti aspettano, i contadini e gli artigiani lavorano,gli impiegati nicchiano. Ma i giovani vogliono la Signora, tant’è che  Min Ko Naing, il leader degli universitari, e la cosiddetta Generazione dell’88  hanno stretto un patto di alleanza  con la Lega Nazionale per la Democrazia.  Uniti fanno paura ai generali. Ma il loro timore è che si possa verificare un attentato contro la Signora, quantunque sia protetta dall’opinione pubblica mondiale.

Questa minuta Signora dagli occhi teneri e penetranti, dal carattere duro e deciso, dai tratti gentili e dai modi raffinati, che ha pagato con l’arresto la sua opposizione a un regime ottuso e feroce  per aver vinto quindici anni fa le elezioni popolari; questa piccola donna  dai capelli neri raccolti dietro alla nuca, dal corpo filiforme che sa portare con eleganza il sarong delle belle donne birmane, un viso bello e fotogenico che toglie una ventina di anni alla sua età (68), questa piccola-grande donna ha scelto di mettersi dalla parte del popolo e da esso ha saputo farsi adorare, diventando la voce della speranza e la luce di una rinascita democratica, il riferimento di chi nel mondo  opera per la pace. Chiamarla semplicemente The Lady non è un voler sottolineare la  sua appartenenza alla classe alto-borghese e,quindi, una lontananza dal popolo, è bensì il riconoscimento da parte del popolo della sua grandezza d’animo e dei suoi sentimenti libertari. Il nobel per la pace è stato soltanto il riconoscimento di ciò  che lei ha fatto e di quanto ha pagato.

Oggi quegli occhi neri e penetranti chiamano il popolo birmano all’orgoglio della propria indipendenza e la bandiera del suo partito, campo rosso con stella e pavone, diventerà il sarong  materno di un Paese senza più tiranni. Oggi San Suu Kyi, grazie alla pressione internazionale, è libera a Yangon ma non può andare a Mandalay: lì i suoi sostenitori sono troppi, soprattutto tra gli edili, i monaci e i giovani. Oggi è possibile andare al bureau del suo partito o fotografare la sua casa, ma solo un mese fa chiedere a un taxista di farsi portare al n° 54 di University Advenue per fotografare la casa significava fargli rischiare l’arresto. Oggi la Signora è libera e partecipa alle elezioni. Chissà !

C’è da chiedersi: che cosa è che dà ai 47 milioni di birmani la forza  di sopportare quasi in silenzio gli effetti di una delle dittature più crudeli del mondo, responsabile di aver portato una nazione ricchissima di risorse naturali alla rovina economica per via dell’isolamento internazionale?  Forse il punto di forza è nell’incondizionata fede nel buddismo.

A Yangon, prima tappa del magnifico viaggio organizzato dal tour operator Entour, questa grande fede buddista  si rende visibile nella grande ricchezza della Shwedagon Pagoda. Cinque ettari e mezzo di marmi, statue, padiglioni, cappelle dominati dall’immenso stupa, il reliquario che custodisce otto capelli di Buddha, alto 98 metri, coronato alla cima da un diamante di 76 carati e coperto da oltre 50 tonnellate d’oro. L’oro,

con i diamanti e i rubini, è il materiale perfetto da associare alla perfezione, alla luce, alla Illuminazione avuta da Buddha. E tutto è illuminato in modo,forse,eccessivo. Il flusso incessante di pellegrini,solitari o in gruppo, che pregano o  conversano o  meditano, ne ha fatto il luogo di culto più frequentato della Birmania. Chissà quante mani hanno contribuito sin dal XV° secolo alla doratura della grande pagoda, stendendo una sull’altra le lamine di foglia d’oro, così facendolo diventare un tesoro inestimabile. E’ una meraviglia scintillante che al tramonto dà il massimo  dei suoi colori. Alla sera sono miriadi le lampadine accese a contornare i tetti dei templi  e il tutto prende un’aria un po’ kitsch, ma in Oriente la Illuminazione la si vuole ricordare anche in questo modo.

Quattro milioni e mezzo di abitanti, strade larghe che prima del devastante ciclone del 2007 erano ben alberate tanto da essere chiamate giardini d’oriente; scuole e università, parchi e laghi naturali; un traffico caotico di trishawe, di vecchie auto e nuovi suv, motorini, taxi e mezzi pesanti; grandi alberghi e bellissime case coloniali dove gli inglesi un tempo consumavano con sussiego la propria esclusiva privacy; assicurazioni e banche oggi fallite per via dell’embargo, insegne pubblicitarie stile occidentale; un’infinità di negozi e di mercati, di locali notturni e di ristoranti, di templi , di stupa e di pagode; l’aeroporto e il porto fluviale sull’omonimo fiume Yangon. Con tutto questo corredo urbano Yangon conserva il carattere e i tratti  di un’autentica capitale, anche se un’incomprensibile e impopolare decisione della giunta militare nel 2005  ha trasferito la capitale ufficiale a Nay Ryi Tawi, un centro dell’entroterra. Che sia una metropoli del Sud-Est Asiatico lo si vede dalle innumerevoli pagode disseminate nel paesaggio, dai sarong  portati dalle donne e dai logwi indossati dagli uomini, dai mercati e dalle bancarelle.  Lo si capisce soprattutto se si indugia  nel grande porto fluviale.  In un’atmosfera che ricorda molto quella del film  di Jean Jac Arnaud “L’amante”, qui si trova la quotidianità del popolo birmano fatta di commerci dei prodotti della terra e della pesca, di piccoli affari consumati per strada, di cucine all’aperto, di trasporti sui vecchi legni ancora funzionanti, di carichi stracolmi portati da esili ma nerboruti scaricatori. E’ un caleidoscopio di figure, di tipi, di etnie diverse, di donne con le gote coperte dalla tanaka, la crema protettiva ottenuta dalla pianta di sandalo, di giovani dai capelli neri e lucidissimi trattati con l’olio di cocco e da anziani  che masticano il betel sputacchiando saliva rossastra in ogni dove. E’ il mondo del porto di Yangon, ieri percorso da sampan e giunche cinesi, battelli a vapore per i commerci  con la Cina e l’India e oggi da un traffico più modesto che serve le aree interne, gli affluenti e i canali. E’ sempre stato così, ancora oggi sono le vie d’acqua l’unica  possibilità di trasporto economico per uomini e merci, vista la precarietà delle reti stradale e ferroviaria.  Dai ripidi torrenti del Nord, che impetuosi portano a valle maestosi tronchi di tek  -che poi vengono trasportati nei più placidi bacini-, ai fiumi che si gonfiano nella stagione delle piogge  per esplodere, a volte, in paurose inondazioni.

A volerla osservare sulla carta geografica la Birmania  -il nome Myanmar fu imposto nel 1988  dalla giunta militare-  è un paese che sembra fatto apposta per contenere il fiume Irrawaddy, che si origina a Nord dalla confluenza di altri due fiumi provenienti dalle montagne dell’Imalaya e prosegue poi a Sud ,ampio e placido,  per 2.170 chilometri fino al suo vasto delta nel golfo del Bengala, nel mare delle Andamane. Il territorio sembra accoglierlo, assecondarlo e seguirlo; sembra voler favorirne il defluire verso Sud rallentandone la corsa in grandi anse; sembra voler offrirgli  rive basse per facili approdi e buoni fondali per la navigazione.  Il fatto che sia navigabile per tutti i suoi chilometri ha consentito alla gente di vivere il fiume, costruendo su di esso la propria storia e la propria quotidianità. “Il lento fluire delle acque ha scandito nei secoli il cammino –non solo materiale, ma anche spirituale-  della Birmania. Sulle rive basse, boscose e fiorite dell’Irrawaddy sono state edificate migliaia di pagode e sono sorte le grandi capitali dei vari regni birmani, come Amarapura, Sagaing, Bagan, Mandalay” (P.Rebulla, gennaio 1999).

Ho seguito il corso dell’Irrawaddy per un lungo tratto, navigandolo in battello e costeggiandolo in pullman, da Mandalay a Bagan passando per Mingun, Sagaing, Amarapura e per una moltitudine di villaggi e paesi, piccoli e grandi. Più che le scintillanti pagode, gli stupa e i monasteri e i templi, custodi di migliaia e migliaia di statue di Buddha che spuntano dalle sue rive su dominanti colline o su  un qualsiasi montarozzo, più che dalla “follia” di statue  l’occhio viene rapito dalla gente che sulle rive del fiume ci vive da sempre e che da esso trae lavoro e tempo da impiegare. La vedi bagnarsi o lavare i panni sulle sponde del fiume, attraversarlo da una riva all’altra con sottili imbarcazioni che quasi spariscono sotto il filo dell’acqua; la vedi gettare la rete o calare la nassa e aspettare tranquilla e silenziosa la buona pesca mentre i pensieri si specchiano nell’acqua, guidare lentamente e con perizia antica  tra le anse del fiume l’ammasso di tronchi di bambù  o di palma o di tek.  Non c’è un molo, non c’è un imbarcadero, non c’è una banchina  dove poter attraccare: la discesa dal battello è una tavola traballante che fa ponte dalla prua alla sponda. La gente è ospitale e, pur incuriosita dal forestiero, non lascia il lavoro della terra o del legno o del telaio. Sono contadini, artigiani e pescatori; abitano unità familiari costruite in legno e coperte di foglie di banano in villaggi non molto distanti l’uno dall’altro. La loro attività quotidiana alimenta un’agricoltura e una pesca di sussistenza; producono per sé e per i mercati affollatissimi e ricchissimi: a significare una terra generosa e una vivace attività manifatturiera e commerciale. Uomini e donne, giovani e anziani, molti bambini, nessuno a elemosinare ma tutti a vendere  frutta o i loro manufatti: la tipica tracolla birmana, pipe da oppio, sigari birmani di tutte le grandezze, il calendario di sandalo e in lingua pali, oggetti finemente laccati  che non sembrano usciti da sgangherati laboratori, preziosissima  giada appena estratta dal suo involucro di  roccia, bastoncini di incenso, lamine di foglia d’oro da apporre alle statue di Buddha. Tutto ciò  fa dire che in questo Paese c’è sicuramente la povertà, ma non la miseria.

Gli unici questuanti in questo Paese sono i monaci di Buddha. Molto suggestiva è la loro uscita per la questua: centinaia e centinaia di tuniche color amaranto – nella sola Mandalay ne sono 250 mila –  si avviano dal loro monastero in silenziosa fila indiana per poi perdersi nelle vie della città, dei paesi e dei villaggi, a piedi nudi per raccogliere nelle loro grandi ciotole di lacca il cibo dei fedeli, da consumarsi entro mezzogiorno: poi il digiuno fino alla mattina dopo.  Molto amati. i monaci  sono l’anima critica del regime militare e nel 2007 hanno pagato con morti, arresti e feriti, la pacifica protesta reclamando per i birmani, e non per loro stessi,una maggiore libertà ed una vita migliore. Come un tempo nel Vietnam, quando qualcuno di loro si cospargeva di benzina nelle piazze, sono i simboli della sofferenza di questo mite e sfortunato paese dell’Asia.

E’ felice la gente di questo Paese? E’ il grande interrogativo del viaggio. Certo il regime militare, dopo l’illusione della via birmana al socialismo, riduce la libertà e non rispetta i diritti del popolo; l’isolamento internazionale e il conseguente embargo commerciale ha costretto i generali a svendere le ricchezze della foresta e del sottosuolo  – l’Irravaddi  è ricco di oro e pietre preziose –  agli invasivi cinesi e all’antico nemico tailandese, entrambi poco interessati al rispetto dei diritti umani; certo c’è un’esigua classe di ricchi e una moltitudine di poveri, ma non si incontrano condizioni di disperazione e di completo abbandono. Un mantra  recita  “Om mani padme hum”: il gioiello è nel loto, la felicità è nascosta sotto forma di gioiello in un loto dai mille petali che, sapendo guardare, ognuno potrà scorgere poggiato sul proprio ombelico. Om mani padme hum , il mantra fa capire quanto la Birmania sia un paese che vive il rigoroso buddismo di tradizione theravada come una scelta di vita che impronta ogni azione quotidiana e dà la forza di sopportare povertà e privazioni.

I villaggi e i paesi sono ricchi di bambini; i giovani sono moltissimi e anche qui, con i telefonini a scheda, magari comprata al mercato nero, creano comunicazione e con i motorini Kembo, di fabbricazione cinese, riempiono le piazze e percorrono strade sterrate. C’è voglia di incontrarsi, di trovarsi, di conoscere, di condividere una situazione, di fare festa. Come è avvenuto, per esempio, a Mingun dove l’intera comunità del paese ha festeggiato il ritorno di un suo monaco buddista che aveva preso il dottorato; come è stato   in occasione del concerto rock “La notte magica di Mandalay” tenuto dal più famoso gruppo rock del Paese, gli Iron Cross. Settemila giovani  vi hanno partecipato, scatenandosi in boati di partecipazione e in movenze “rocchettare” sulle note esplosive degli strumenti battuti da artisti con dinamite nelle mani. Anche qui il rock non conosce frontiere e in esso le nuove generazioni, che a fatica guardano al futuro, trovano momenti di liberazione e di solidarietà. Venuti con migliaia di motorini, questi giovani vestono i falsi delle grandi firme, bevono birra, sono il popolo giovane  incontrato nelle strade polverose, nei vicoli luridi e nei vocianti mercati di Mandalay. Sono questi che parteciparono alle manifestazioni insieme ai monaci buddisti, picchiati e arrestati, e che ora hanno stretto un patto di alleanza con la Signora. Questi non sono i giovani figli dei papà generali  o funzionari del regime: quelli girano con i mastodontici suv, frequentano night club esclusivi e le discoteche e i bar dei grandi alberghi quattro e cinque stelle, bevono whisky e vestono grandi firme. La magica notte di Mandalay è stata un lampo d luce che ha fatto capire come anche in questo Paese saranno i giovani a regolare le cose per il loro futuro.

Dal fiume Irrawaddi a Lago Inle è un incalzare di immagini nuove agli occhi del turista: nei molti villaggi dove l’unica concessione al turismo sono i carri trainati da buoi con la scritta taxi; lungo le strade dove spesso ai bordi si trovano banchetti con bottiglie che stimolano la sete e che invece sono benzina a vendere; sulle specchianti acque del lago dove scivolano silenziose e leggere le sottili canoe, sospinte dal pescatore che rema con un solo piede poichè le mani sono impegnate a tirare la rete; sul ponte di U Ben, lungo 1200 metri, fatto di pali di tek piantati a coppia sul fondo a reggere,in alto, la stretta passerella che consente il passaggio alla gente: è il ponte più fotografato del Sud-est asiatico, semplice e povero ma suggestivo quanto ben più nobili architetture. E’ un susseguirsi di incontri inusitati come quello con i ragazzi usciti dalla scuola, longwi verde e camicia bianca, e fatti salire con loro grande sorpresa  sul pullman turistico; di incontri singolari come quello con la gente delle scommesse per il combattimento dei galli e come quello con i ragazzi che si divertono nel gioco nazionale del takraw, dove l’abilità consiste nel non far mai toccare terra a una palla di rattan intrecciato,senza mai toccarla con le mani.

Da Mandalay a Bagan, per il turista è uno scenario inedito che conferma ciò che dice Alberto Arbasino in Passeggiando tra i Draghi Addormentati: “Il giro della Birmania, paese chiuso e sigillato per decenni (e bellissimo) è una continua avventura di affascinanti scoperte visive molto nuove per noi”.  Non ancora consumato e falsato dal turismo, il paesaggio idilliaco regala viste bellissime che provocano emozioni dolcissime e indimenticabili. Il massimo si raggiunge nella stupenda valle di Bagan,ritenuta il sito archeologico più esteso del mondo: quarantadue chilometri quadrati, letteralmente ricoperti da oltre due mila templi di mattoni rossi che spuntano dagli alberi di tamarindo, dai banani, dalle acacie, dai flamboyant rossi di fiori.  E’ un luogo dello spirito e chiunque vi si imbatta per la prima volta è stordito da tanta bellezza. All’ora del tramonto, sulla sommità di una pagoda si aspetta in silenzio che l’ultimo sole si perda dietro alberi a ombrello e templi dai mattoni rossi. Si accende un’ora magica  e silente su una terra e sotto un cielo diventati rossi, con lampi dell’ultima luce rimandati da qualche cupola dorata. In quel silenzio e in quella luce di Bagan si inventano nuovi colori da aggiungere alla tavolozza le forme diventano pensieri e i pensieri diventano desiderio. Vorresti volare sulle cupole, essere un aquilone legato a un filo fissato all’arcobaleno dove tutti parlano il linguaggio dei nuovi colori.

Filippo Pugliese

MOZAMBICO: L’AFRICA E’ NUOVA, E’ NUOVA

Filippo Pugliese

Pagina inserita il 12/02/2011
Autore: Filippo Pugliese
Luogo: MOZAMBICO – 12/02/2011

Maputo, febbraio 2011.

E’ durata meno di un anno la campagna “CTA for Africa” per la raccolta del cinque per mille destinato all’acquisto di un fuoristrada da donare alla scuola di formazione professionale “Estrela do Mar” a Inhassoro in Mozambico.

A marzo 2010, nel corso della Conferenza Organizzativa di Milano, fu presentato alle Acli il progetto di solidarietà; ad aprile 2010 a Roma, nella sala Carroccio del Campidoglio, il Presidente Nazionale lanciò la campagna “CTA for Africa”; da aprile a giugno 2010 due fuoristrada, messi a disposizione dalla casa automobilistica Tata, hanno percorso da nord a sud l’Italia per incontrare nelle piazze , nelle sedi istituzionali e nei circoli Acli, la gente e le istituzioni, la stampa e le associazioni, per parlare di Mozambico, di solidarietà e cooperazione, attuando così una magnifica esperienza di integrazione associativa e dando valore ai contenuti del turismo responsabile e solidale. A febbraio 2010, quasi un anno dopo, definito tutto con l’Ambasciata del Mozambico, la delegazione del CTA, formata dal Presidente Nazionale Pino Vitale, dal Vice Presidente Vicario Matteo Altavilla e dal Presidente del Comitato Nazionale Filippo Pugliese, parte per la missione in Mozambico. Ad aspettarla all’aeroporto di Maputo è Michele Lepora, responsabile del Ipsia di Vercelli e organizzatore di tutta l’operazione. La Tata è nel parcheggio, nuova, fiammante di un rosso bordeaux e con gli adesivi del CTA, dell’Ipsia e delle Acli ben visibili e dominanti. Il fuoristrada è stato acquistato in Mozambico, evitando così tutte le complessità burocratiche, e sarà consegnato alla scuola “Estrela do Mar” di Inhassoro: nostra destinazione finale. Finalmente in Africa, a bordo del fuoristrada. L’entusiasmo è tale che produce un ridondante sms inviato agli amici in Italia: il CTA è arrivato in Africa, noi siamo la leggenda, l’Africa è la storia. Chissà quali reazioni seriose avrà provocato ! Ma, si sa, l’entusiasmo è figlio del piacere e genera esaltazione. Meno esaltanti sono i trentadue gradi e la strada per arrivare a Maputo. La strada è la vera anima di un paese: in Africa come in India, in medio ed estremo oriente, su di essa avvengono l’incontro e lo scambio, il commercio, la ricerca di qualcosa e di qualcuno, l’inganno e la delazione, il mostrarsi o il nascondersi. La strada è piena di buche nell’asfalto e di terra rossa ai margini, affollati di baracche in lamiera ondulata nei molti colori dei molti sgangherati negozi che reclamizzano ricambi Honda, Nissan, Toyota, Mazda, Mitsubishi, Suzuki; materiale da costruzione, ceramiche e bagni; Cocacola, Vodacom, Colgate, Palmolive e quant’altro si può immaginare in un eccentrico glamour e ininterrotto naif: è Mama Africa! La voce è quella dei venditori abusivi, autorizzati, improvvisati, con molti banchetti di ananas, arachidi, mango, papaia, banane, cocco, patate, e quant’altro questa terra generosa è in grado di dare. Guida a sinistra, il traffico scorre con auto giapponesi e pullmini di rappresentanza, taxi giallo-neri, fuoristrada delle molte Ong operanti nel paese. Via via che si avvicina il centro storico e amministrativo Maputo si mostra più capitale: strade larghe, contornate di giacaranda e acacie, negozi ordinati, birrerie e caffetterie. Via K. Marx, via F. Castro, Viale 25 giugno, via Ho Ci Min, via Lenin, via Mao Tze Dong, via Cabral, via Lumumba: un gioco toponomastico che richiama la storia della lotta armata di liberazione del Fruente di Liberation del Mozambique di ispirazione marxista-leninista fino al congresso del 1989. Tuttora al governo del paese, grazie alla maggioranza parlamentare ottenuta in un sistema multipartitico, il FRELIMO presidia i quartieri della città con l’inconfondibile bandiera rossa e, per molta gente, le sue sezioni costituiscono un punto di riferimento e di partecipazione popolare. Maputo, un milione di abitanti, capitale della Repubblica Popolare del Mozambico (diciotto milioni di abitanti), sede di ministeri, di ambasciate e di organizzazioni non governative, ha larghi viali, un bellissimo lungomare, e larghe spiagge, un porto attivo, e una bella baia dove solcano “concave navi dalle vele nere”. Banche, hotel a tre a quattro a cinque stelle, ristoranti e birrerie, discoteche e musei, chiese e moschee, una fortezza e una cattedrale, teatro e cinema, università, campi di golf e di tennis, palestra e centro ippico. Insomma ha quanto occorre per fare di una città la capitale di un paese. L’incontro con l’Ambasciatore d’Italia in Mozambico Dott. Carlo Lo Cascio è quanto di più cordiale e istruttivo possa esserci. Elegante, formale, squisito nella conversazione, ci riceve nel suo studio, ci informa dello stato del Paese e si informa della nostra missione. Conosce la scuola “Estrela do Mar” e ne condivide l’impostazione; apprezza ciò che le Acli hanno fatto e si congratula per la donazione del CTA. “In ambasciata si è sempre operativi – dice – per risolvere i problemi dei connazionali. E’ costante il collegamento con la comunità dei 1500 italiani residenti e il rapporto con i nativi è basato su reciprocità e rispetto. Molto presenti le Organizzazioni non Governative, di diversa emanazione religiosa e laica, che assicurano un’apprezzata opera di sussidarietà. Il Mozambico – continua l’ambasciatore – è molto visitato dai sudafricani. Vengono nelle località più belle del paese, ma lasciano poco all’economia del posto perché si portano anche l’acqua. È soprattutto nel nord che sono numerosi i sudafricani”. Nel 1996 un accordo stipulato con N. Mandela permise l’insediamento di migliaia di agricoltori sudafricani di origine europea. Decisione molto contrastata che però consentì di restaurare l’antica corrente commerciale tra Johannesburg e Maputo; di rianimare l’economia locale disastrata dalla guerra civile durata 16 anni e penalizzata da un’agricoltura smantellata, con gran parte dei campi infestati dalle mine , impoverita da carestie dovute a siccità e alluvioni, con allevamenti ridotti a zero. Molto del paese oggi è basato sui rapporti col nuovo Sudafrica: le linee aeree convergono tutte su Johannesburg, l’energia elettrica prodotta dal lago di Cahora Bassa sullo Zambesi, è venduta al Sudafrica, l’unica strada esistente collega Maputo a Cape Town; è a Pretoria l’unica stazione satellitare che irradia telecomunicazioni; da Maputo parte la navigazione verso Cape Town per immettersi nelle rotte marittime internazionali; va verso Città del Capo l’unica ferrovia, vanno verso il Sudafrica le nuove migrazioni. Insomma, sono molti i fili che legano il Mozambico al Sudafrica e c’è da augurarsi che i ricchi sudafricani non considerino il Mozambico come il proprio giardino. Natura selvaggia, spiagge incontaminate, ottime aragoste, relativa tranquillità, buoni resort, riserve naturali e arcipelaghi, barriera corallina e ricca fauna, rappresentano ottime attrazioni turistiche che, all’indomani della guerra civile, sono in piena valorizzazione, e richiamano molte famiglie sudafricane. Lo sviluppo turistico ci viene descritto nell’incontro con la Direzione Generale del Ministerio do Turismo. Ad accoglierci è la Dott.ssa Ana Paula Chaùque Chef de Departamento del Turismo con lo staff al completo di tecnici esperti e funzionari. Viene presentato il Piano di Sviluppo del Settore Turismo che ” individua le priorità specifiche e definisce la qualità e la quantità delle risorse umane nel settore: formazione, conservazione, hoteleria, amministrazione, restauro sono le aree fondamentali dello sviluppo turistico”. È una visione strategica del turismo basata su attrattori naturali, ambientali e culturali, che oggi danno il benvenuto a più di quattro milioni di turisti l’anno e sono destinati a stabilizzarsi entro il 2025, con programmi nazionali e regionali, pubblici e privati, con investitori nazionali ed internazionali. Solidali con questa visione globale razionale del piano, abbiamo posto sul tavolo della Direzione Generale un progetto di turismo sociale e sostenibile da realizzare in Mozambico grazie alla nostra rete associativa di 112 sedi territoriali in Italia e 35000 iscritti. Le strutture alberghiere sono all’altezza di una domanda di qualità, i collegamenti aerei con le località turistiche sono efficienti; i parchi e le riserve naturali di Ngorongosa e di Bazaruto sono attrazioni di valore, le spiagge sono di grande suggestione, l’ospitalità e l’accoglienza ben curate, il mangiare è eccezionale per il pescato, le stagioni sono praticabili. Unico gap sono le condizioni della strada e la possibilità limitata di pullman turistici e di guide parlanti italiano. Interessa, e non poco, ai funzionari del Ministero il progetto del CTA perchè per loro, abituati ad un turismo individuale, questa sarebbe la prima esperienza di turismo di gruppo. Un esperimento da realizzare in un buon resort di Inhanbane gestito da gente del posto, che utilizzi servizi locali e interagisca nelle opportunità con gente del posto, in modo da contribuire all’economia locale; che effettui escursioni all’Arcipelago di Bazaruto, al Parco di Ngorongosa, alla diga di Cahora Bassa. Tanto è l’interesse che il Direttore Generale si dichiara disponibile a organizzare un educational per operatori del CTA, da realizzare secondo modi e tempi da concordare, e a favorire iniziative di scambio e di gemellaggio. Idee e opportunità da portare a casa e da mettere in progetto per dare seguito alle attese reciprocamente suscitate. Intanto restano la grande disponibilità e l’attenzione ricevuti dalla delegazione. Il Mozambico ci Riceve, l’Africa ci accoglie. Ci accoglie con un cielo macchiato di nuvole che precedono con scrosci brevi il lontano temporale e che si apre in improvvisi squarci di sole cocente, sicché non si capisce se gli ombrelli coloratissimi servano per ripararsi dalla pioggia o dal sole. Ma in Africa gli alberi sono ombrelli, larghi e vaporosi. La fine della stagione delle piogge rende l’Africa verde e lussureggiante, inedita per chi l’ha sempre immaginata arida e arsa dal sole. Estese piantagioni di palme da cocco ci accompagnano fino alla grande pianura del fiume Limpopo; qui lo spirito del luogo ci regala uno dei meravigliosi tramonti africani quando il sole indugia con i suoi raggi nel lasciare la terra che, a sua volta, sembra trattenerlo vestendosi di colori caldi che si smorzano in una tavolozza dal rosso al rosa, al bordeaux, al ruggine, al giallo e all’arancio. Che terra! Fredric Amiel nel suo Diario Intimo diceva ” qualunque paesaggio è uno stato d’animo”. Aveva ragione, qui lo stato d’animo è quello che si apre all’umanità di questa terra. La vedi quando è sera, oltre i bordi della strada, raccogliersi negli spiazzi e nelle radure, con capanne senza luce e senz’acqua, dove immagini famiglie pigiate tra quattro pareti nel buio e nel fumo con una cena grama cucinata con carbonella. La vedi ancora quando è giorno camminare al margine della strada; uscire da una capanna di paglia o di lamiera che si nasconde dietro una fila di banane o di palme, inerpicarsi sull’asfalto sconnesso e prendere a camminare. La vedi ancora negli scolari con l’uniforme della scuola, camicia, gonna o pantaloni, calzettoni tirati sulle scarpe nere. La vedi nelle donne con le sporte, le fascine o la secchia in testa. Vanno e vengono, vanno e vengono. L’africa è così : “un continente in cammino, che dà il senso prepotente di uno scopo, anche se si tratta di uno scopo elementare: raggiungere un pozzo, una scuola, un mercato” (Pietro Veronesi). Dove va l’Africa, cosa vogliono raggiungere il Mozambico, la Tanzania, lo Zimbabwe, lo Zambia, il Sudafrica e tutti gli altri paesi dell’Africa australe? Vogliono raggiungere la loro identità costruendo con l’autodeterminazione la loro storia. Occorre tempo, noi abbiamo costruito la nostra identità in 150 anni, loro l’hanno raggiunta da soli trent’anni. Diamo tempo, senza dimenticare che proprio da queste parti, nelle gole dell’ Olduvai in Tanzania, l’uomo si incamminò 1.300.000 anni fa per le vie del mondo. Diamo una mano a costruire conoscenza, competenza, professionalità, in modo che i resort, gli alberghi, le banche, il mercato, le comunicazioni, gli aeroporti, le infrastrutture, e quant’altro fa ricchezza sia regolato e gestito dalla loro capacità. Questo è il vero obbiettivo al quale vogliono contribuire le Acli con la scuola “Estrela do Mar” di Inhassoro cui è stato consegnato il fuoristrada. Escola Industrial e Commercial, 27 aule e laboratori, mensa, aule docenti e uffici, campo sportivo; docenti e amministrativi del posto. Corsi di carpenteria, falegnameria, elettricista, modista, meccanica, informatica, cucina e bar, ricevimento, contabilità. Corsi triennali, iscrizione gratuita al primo anno, 50 meticais al mese (1,16 euro al mese) al secondo anno, e 100 meticais il terzo anno (ovvero 2.32 euro al mese). Si esce con una qualifica di primo livello spendibile nel mercato del lavoro per una retribuzione sopra il salario minimo mensile di 80 dollari. Gli allievi sono 600, maschi e femmine; tutti con la divisa – così impone i Ministero dell’Educacao – che qui è pantaloni verdi, camicia gialla e cravatta verde. Nasce immediata l’empatia con questi ragazzi quando, simile a una larga macchia giallo-verde che si espande, vengono nel cortile della scuola a salutarci. Bastano i palloni portati alla scuola per sollecitare la loro voglia di calcio, tutta sudafricana. Manca solo qualche vuvuzela. Basta intonare il motivo di Minnie the Moocher cantato da Cab Calloway ” Hidehidehidehi (hidehide hidehi) Hodehodehodeho (hodehodehodeho)” per sentire nella loro eco l’innata abilità del ritmo. Qui l’Africa è nuova, è nuova! È nelle mani di questi ragazzi, nel loro apprendimento; è nei loro occhi che guardano il futuro, nel loro camminare per raggiungere il pozzo, la conoscenza, il mercato. Missione compiuta. Ma il Mozambico serba ancora qualche suggestione. Percorriamo a ritroso la strada per Villanculo, città che se vuole avere fortuna turistica con gli italiani dovrebbe cambiare nome. Ma tant’è. La strada è la stessa dell’andata – l’unica esistente -, ma se si prova a immaginarla in bianco e nero sembra che davanti agli occhi scorrano le fotografie del grande Sebastiao Salgado che, rigorosamente in bianco e nero, ha fotografato l’umanità del Mozambico durante la guerra civile degli anni settanta. Nel resort Casa Real sul mare, si vede un magnifico chiaro di luna che sembra un olio su tela e … le aragoste hanno tutto il sapore dell’oceano indiano. Quando è fatto giorno , scopriamo l’incanto della larga e bianchissima spiaggia che si distende nel litorale lunghissimo, colmo di vegetazione, con rade barche che, consumate dalla fatica dei pescatori, sono poggiate sul fianco e lasciate lì ad aspettare che la marea viva le faccia galleggiare di nuovo. Qua e là tappeti di conchiglie e madrepore luccicano al sole e danno riflessi iridescenti di madreperla che riverberano antiche storie dell’Africa e dell’Oceano Indiano. Raccontano che da qui partiva una rotta negriera per gli schiavi che arrivavano dalle regioni interne, aree di cattura, e venivano imbarcati su navi che doppiando il Capo di Buona Speranza andavano verso il Centro e Nord America. Ricordano pure che oggi, da qualche parte del Mediterraneo, simili barche servono per un nuovo commercio umano. Su questa spiaggia vengono in mente Stevenson, Melville, Omero, D’Annunzio, Moravia che in Passeggiate Africane scriveva ” la baia è amplissima, con il lido bianco, le palme verdi, e l’oceano azzurro che si incurva fino al più lontano orizzonte, assottigliandosi gradualmente in una sola linea vaporosa e indistinta. Là dove il cielo sembra confondersi col mare, la sagoma remota di una nave, forse una petroliera, sta sospesa nella luce del mattino. Non c’è nessuno a perdita d’occhio; la solitudine si accorda meravigliosamente con la calma del mare; tutto il paesaggio pare stupito di esserci, come se fosse il primo giorno della creazione”. Si riferiva Moravia a una spiaggia del Gabon, ma sembrano pennellate in Mozambico. Da una spiaggia del tropico del capricorno passiamo alle lanterne cinesi! Ma non siamo in Cina, restiamo sempre a Villanculo. All’aeroporto appare, tra due grandi lanterne rosse, scritto in portoghese e ribadito con vistosi ideogrammi cinesi, il tabellone di ingresso “Aeropuerto Civil de Villanculo”. Stuttura modernissima in metallo e vetro, in fase di ultimazione, ad opera di tecnici cinesi. Lungo il viale di ingresso trattoristi cinesi per gli ultimi sterramenti, elettricisti cinesi per gli ultimi attacchi, manovali cinesi per gli ultimi ritocchi alle pareti, ognuno attorniato da due o tre operai africani che prendono ordini dai cinesi per pulire, zappettare, spostare la scala. La scena si commenta da sola; c’è da sperare che non siano arrivati i nuovi padroni. Viene alla mente l’analisi di F. Rampini su la Sinizzazione del Continente Nero dove descrive la penetrazione della Cina in Africa: ” le mani cinesi si allungano sull’Africa.. Pechino si accaparra un accesso strategico al petrolio,.. conquista risorse minerarie e metallifere…, è a caccia di vastissime tenute agricole da acquistare in Africa per trasformarle in granai esclusivi che riserveranno per la popolazione cinese… Sono i più grandi costruttori di infrastrutture”. Proprio come per l’aeroporto di Villanculo e per la deforestazione del Nord del Mozambico affidata alle imprese cinesi. Per l’occidente è una sfida con la Cina a trovare progetti di investimento competitivi, anziché consolarsi la coscienza con un po’ di elargizioni comunitarie; per l’Africa è il momento migliore di approfittare con lungimiranza di questa concorrenza tra investitori stranieri, contando sulla propria economia, sulle riforme e sulla tutela dei diritti, anziché fidare sugli aiuti stranieri. Lasciamo il Mozambico per tornarci presto, con gli operatori del CTA e con una iniziativa di turismo responsabile; lasciamo un’Africa lussureggiante di verde, che sa di speranze e di arcobaleno e non l’Africa di Hemingway de “le nevi del Kilimangiaro” che sa di safari e di colonialismo.

Filippo Pugliese, Presidente Comitato Nazionale CTA

LA TURCHIA

Fantini Franco

Pagina inserita il 10/09/2010
Autore: Fantini Franco
Luogo: TURCHIA – 10/09/2010

VIAGGIO IN TURCHIA ORGANIZZATO DAL CTACLI DI CUNEO…

Il riconoscimento attribuito alla Turchia dall’Unesco quale sede internazionale per l’anno della cultura 2010, ha spronato un gruppo di 15 cuneesi che, approfittando di un tour appositamente organizzato dal Centro Turistico Acli di Cuneo, ha potuto approfondire la conoscenza del paese, ormai alle soglie della sua entrata in Europa. Un soggiorno risultato quanto mai interessante, impreziosito dalle erudite delucidazioni della guida locale che, presente per tutto il periodo, ha fornito un quadro dettagliato dell’intera nazione, non solo soffermandosi sulle bellezze architettoniche e paesaggistiche, ma dettagliando le attuali condizioni economiche, socio-politiche, senza trascurare ogni aggancio con il ricco passato storico. Dal modernismo di una convulsa Istanbul in perenne espansione alla capitale Ankara, prodiga di richiami al fondatore dell’attuale repubblica, Kemal Ataturk, dall’altipiano anatomico con i 1200 metri della Cappadocia all’azzurro del mar Egeo con le scintillanti località balneari. La composizione del gruppo cuneese, rappresentativo del suo microcosmo de svariati interessi e categorie, raggruppando professori, operatori nel settore edile e nel campo della moda e dell’operatività sociale, ha avuto modo di analizzare a fondo la realtà del Paese, esaminandone l’economia, il costo della vita locale. Un quadro sufficientemente esauriente per un primo aggancio con la Turchia che, crocevia attraverso i secoli di molteplici culture, rappresenta ora un incrocio nodale di interessi internazionali che ne impongono un’oculata osservazione nell’insieme della realtà politico internazionale. Un plauso all’organizzazione attenta a tutti gli aspetti del viaggio che ha regalato un ricordo indimenticabile del tour.

Fantini Franco

MALI / AFRICA OCCIDENTALE

IPSIA del Trentino

Pagina inserita il 25/01/2011
Autore: Fantini Franco
Luogo: MALI – 25/01/2011
NON SI E’ LONTANI NELLA TERRA DEI DOGON Laura Ruaben , segretaria di Ipsia Trento. Molti non sanno nemmeno dove si trova. Io prima di cominciare a seguire il progetto “Una Scuola per Yassing” con lo staff di Ipsia nemmeno. E anche adesso che ci sono stata, in questa terra desertica e arida, mi ricordo odori e colori, voci e suoni, ma non i suoi confini. Prima di fare la valigia per l’Africa rinnego un proverbio africano “l’occhio dello straniero vede solo ciò che già conosce”; mi privo di immagini e di racconti predefiniti per conoscere ex novo storie ed emozioni di questo Paese. Certamente, da toubab , come i bambini là ci chiamano, sono emozionata per l’alterità (ma mi sento più a casa mia lì di qua). Non mi sento una turista però. Il viaggio ha, infatti, una finalità precisa: l’inaugurazione della scuola e l’incontro col villaggio Yassing. Inoltre, sono “guidata” da Maria Negri, vicepresidente di Ipsia, le cui parole mi immergono nella storia maliana saltando nei secoli con le successioni degli imperi, curiosando tra le tante leggende… e inizio ad aprire gli occhi a questa realtà. Con il fuoristrada di Solo, padre di 5 bambini, statuario e taciturno, percorriamo oltre 1.500 km sulla lingua di asfalto che attraversa il Paese tra savana (brousse) e sabbia rossa, partendo dalla polverosa e rumorosa capitale Bamako fino alla falesia di Bandiagarà e ad Yassing. A Segou e Mopti la vista del Niger, maestoso, svela lo stretto, vitale, e magico legame tra il popolo e il fiume, che con i suoi 1.700 km in Mali è la linfa, abitato dai pesatori bozo, solcato dalle forme slanciate delle pinasse, leggere e veloci spinte a mano o con piccoli motori fuoribordo; lungo le sue rive si sente il vociare di bambini, il fruscio delle mani delle donne che con la sabbia puliscono le pentole, si vedono i coloratissimi tessuti muoversi nel vento… La popolazione maliana è un mosaico di etnie , lingue, tradizioni, colori e odori. Dal sorriso spontaneo e contagioso che sgretola le perplessità, dall’eleganza invidiabile. Si assapora tale ricchezza nei mercati. I giorni della settimana vengono scanditi dal mercato imbandito sotto le tettoie nelle piazze dei villaggi, a cui i maliani convergono con ogni mezzo, a piedi, in bicicletta, coi carretti trainati da asini, con mezzi di trasporto pubblico… tutti sfidanti la legge di gravità per il carico che trasportano. A Djenné in uno spazio sovraffollato di uomini, cibo, animali, tessuti, oggetti, inebriata e ubriaca, interiorizzo che il mercato è il fulcro dei piccoli scambi commerciali, della microeconomia del paese fatta di piccole produzioni agricole . Arriviamo sull’altipiano, a Sangha, e al motivo del nostro viaggio perché sede della associazione Giru Yam, partner di Ipsia. Qui il villaggio si confonde magicamente con le lisce rocce viola e sospeso nell’odore acre delle cipolle. E l’emozione più grande deve ancora arrivare: l’accoglienza che il villaggio di Yassing ci ha riservato. YASSING, LA SCUOLA E’ UNA REALTA’ Di Maria Negri, Vicepresidente Ipsia del Trentino Mi sembra ieri l’incontro sotto il togunà con il capo villaggio e gli anziani, la stretta di mano che sigillava una promessa. Era il novembre 2009. Oggi è il 18 febbraio 2011 e a Yassing si inaugura la “nostra” scuola. Siamo un po’ in ritardo, le piste che solcano la piana ai piedi della falesia si somigliano tutte e non ci sono cartelli indicatori. Finalmente di lontano scorgiamo l’edificio color cioccolata della scuola. Un gran numero di persone corre verso di noi, adulti e bambini ci circondano, battono le mani, cantano e suonano, c’è chi spara in aria con un vecchio archibugio, le donne lanciano a turno grida acutissime coprendosi la bocca con la mano. Sotto un tendone le autorità sono in attesa, le sedie per noi, e davanti in ordinato semicerchio una folla colorata e sorridente, gli abitanti del villaggio. E la festa comincia. Tutto è organizzato in modo perfetto secondo un preciso protocollo. Al microfono le autorità presenti, in lingua dogon e in francese, esprimono il benvenuto e il grazie dell’intera comunità. Segue la visita agli edifici scolastici (aule, ufficio del direttore e servizi) che sono già in funzione: sulla lavagna, in ogni classe, sono annotate le presenze, e le femmine sono le più numerose. Mensa e biblioteca sono ancora da attrezzare e sarà questo l’argomento sul quale si soffermeranno gli interventi successivi, dopo una parentesi di canti e danze con l’offerta dei doni per le associazioni, una mirabile statua in legno della Madre Terra e… un montone bianco, vivo, dalle corna ritorte e lo sguardo sgomento. Avvolte in un pagne (abbigliamento tradizionale femminile) tinto con l’indaco, regalo delle donne, ci trasferiamo al togunà, dove prendono la parola il capo villaggio e i notabili (ovvero gli anziani) . Grazie alla scuola e all’istruzione la qualità della vita dei loro figli e nipoti sarà migliore e ricordano agli addetti all’istruzione che il “dono” ricevuto va valorizzato al massimo e che ciascuno deve impegnarsi per la sua manutenzione. A noi di Ipsia ai ringraziamenti uniscono l’auspicio di completare quanto iniziato, soprattutto la biblioteca. L’ultimo incontro è quello con le donne che sono molto propositive: ci parlano della necessità di un altro pozzo nel villaggio, e di una macchina per pestare il miglio, una sola per tutto il villaggio, per alleviare la loro fatica. Appena possibile, dicono, faranno funzionare a turno la mensa della scuola! Il pomeriggio è già inoltrato, siamo (e non solo noi) stremate dalla sete e dalla fame. Gradiamo moltissimo la bottiglia di aranciata che ci viene portata e anche il riso condito con un saporitissimo sugo di verdure e peperoncino, lasciando agli altri la carne di montone (siamo vegetariane e siamo in apprensione per le sorti del montone bianco).

I Barbieri di New York

Filippo Pugliese

Pagina inserita il 11/01/2011
Autore: Fantini Franco
Luogo: US – New York – 11/01/2011

I BARBIERI DI NEW YORK New York, gennaio 2011.

Gli otto gradi sotto zero mi danno il benvenuto nella Grande Mela, le strade con i tipici soffioni di vapori del sottosuolo mi dicono che la City è quella di sempre, tante volte vista nei molti films. Occultato dai vetri oscurati di una “mostruosa” limosine – scomodissima, più alcova e discoteca viaggiante che macchina per il transfert- raggiungo con alcuni amici l’hotel Doubletree Hilton nel cuore di Manhattan, a due passi dal Rockefeller Center. Qui faccio conoscenza di quattro italoamericani che gestiscono una sala da barba.. “Sim venuto a Nuova York nel 1936, da San Martino D’Agri, Padula e Buonabitacolo: Ci sim canosciuto e ham pigliato a faticà, prima a padrone dopo da suli. La fatica era forte, ma ham avuto soddisfazione, cresciuta la famiglia e fatto studiare i figli. I clienti ci stanno, il guadagno è bbuono”. Si chiama Renaissance il salone gestito dai quattro barbieri -i Barbieri di New York !- di origine italiana e meridionale, ubicato in una delle più frequentate vie di Manhattan, la Lexington Avenue che fa angolo con la 51a Street, all’interno dell’hotel Doubletree, sopra la metropolitana, a pochi metri dal Crysler Building e dal Grand Central Terminal. Nell’ora passata nel loro salone ho visto avvicendarsi una decina di persone. Taglio di capelli e shampo al costo di cinquanta dollari. Non è poco ed è spontaneo il calcolo del presunto guadagno giornaliero:”si guadambia tanto, ma non lo diciamo”. E’ un flusso consistente di clienti abituali, che lavorano negli uffici o nelle vicine attività commerciali, di gente di passaggio, che viene da Lower Manhattan a Midtown, arrivando da Brooklyn o dal Bronx e da Harlem. Ho letto che nel vicino Rockefeller Center lavorano sessantamila persone, ci sono quarantacinque ristoranti, cento negozi, girano duecentocinquantamila visitatori al giorno. “Io m’aggio fatto sette appartamenti a Nuova York, io tengo una villa nel Maine, io faccio pure attività nell’edilizia. Qua si sta bbuono però si fatica”. Hanno voglia di raccontarsi i Barbieri di New York, di incontrare il “paisan” che parli loro dell’Italia dove pure sono ritornati più di una volta. Incontrare il paesano è per loro come sentire il Paese. Si presentano senza timidezza, pronti a darti tutti i consigli utili per visitare questa città che amano moltissimo. Sono interessati a come sta l’Italia nella crisi e,ovviamente, a ciò che combina Berlusconi. “L’Italia finisce a puttane “-dicono con una punta di tristezza- “però quello ci sa fare; prima ha fatto bene e mo’si è imputtanito”. Mi fanno vedere un giornale newyorkese con foto e commenti: ”così perdiamo la faccia, mai l’Italia è stata presa così in giro, povera Italia”. Quattro barbieri italo-americani, una barberia a Lexington Avenue, lavoro dalla mattina alla sera senza pausa, 50 dollari a capello, 7 appartamenti a New York, una villa nel Maine, interessi collaterali nell’edilizia, famiglie tirate su con decoro e senza privazioni, benessere raggiunto e vissuto con semplicità. Lo racconterò al mio barbiere che resta in un vicolo stretto che fa angolo con via Pretoria, giusto per dare la differenza con New York. Sulla Fifth Avenue è un fiume disciplinato e impressionante di macchine, per la gran parte taxi. Tantissimi. I newyorkesi usano poco la macchina personale in città, per quanto costa tenerla in garage, per quanto è caro il parcheggio, per i tempi di percorrenza. Preferiscono i mezzi pubblici, i taxi costano poco, i bus e le metropolitane sono efficientissimi, i battelli per Brooklyn da Staten Island sono gratis. Viene da chiedersi se la scommessa della Fiat Cinquecento a New York sarà vincente o meno. Si vedrà, per ora non ne ho vista una. Resta fermo però il fatto che i newyorkesi per muoversi nei territori durante il week-end hanno bisogno delle loro grandi macchine e non di una topolino. Percorro la Fifth Avenue passando per il Rockfeller Center, St. Patrick’s, il Top of the Rock ,la statua del Prometeus, i murales di Sert, Radio City, Trump Tower, la Public Library. I diciannove edifici che formano il famoso Center realizzato dal famoso miliardario colpiscono, oltre che per la loro bellezza, anche per l’originalità urbanistica: ai piani superiori gli uffici; al piano terra i grandi atri aperti ai cittadini che diventano aree di sosta, luoghi di appuntamento, zone di relax e di shopping. Camminare! E’ proprio vero che New York si gira a piedi incontrando un mix di gente, di culture, di etnie, di tipi e di personaggi: bianchi e neri, latinoamericani, asiatici, europei; venditori ambulanti, impiegati. I neri , spesso enormi come armadi e con lo sguardo dolce e gentile; i giovani, vestiti come rapper tutti un po’ omologati tra loro con l’i Pod fisso alle orecchie e i pantaloni col cavallo alle ginocchia e una specie di cuffia in testa; le donne, alcune molto belle, curate nell’abbigliamento e nei modi. I brokers che lavorano nel Financial District, vestiti con abiti scuri, che sbucano velocissimi dalle subway a ondate nelle ore di punta, fermandosi ai carrettini in strada per la colazione, bagel e caffè bollentissimo. Poliziotti alti, belli, neri e bianchi, piccoli e grossi come nei films. Camminare e ancora camminare col naso in su. Palazzi così alti che non si vede la fine, vetri, specchi, metallo, mattoni a vista, pietra e luci, luci e ancora luci. Qui le luci nei palazzi non si spengono mai, neppure quelle degli uffici, nemmeno il sabato e la domenica. La notte è un lunapark abbagliante, affascinante, animato. E’ uno spettacolo vedere dall’ottantaseiesimo piano dell’Empire State Building o dal settantesimo piano del Top of The Rock la notte accendersi in milioni di luci sulla città. Solo l’energia elettrica generata dal Niagara ha potuto dare elettricità a una città affamata di luce. Dire luci vuol dire Times Square: un’esplosione di neon nel luogo che sembra il centro del mondo. Ad ogni ora del giorno e della notte una moltitudine di gente, di ogni razza e colore, si illumina con una moltitudine di luci, colori, suoni, rumori. E’ un caleidoscopio in continuo movimento dove ogni frammento colorato trova sempre il suo posto. E’ così anche per i taxi gialli, per le mostruose limousine, i poliziotti a cavallo, i lampeggianti della N.Y.D.Police e dei mitici pompieri. Solo i Marines in alta uniforme fanno un po’ tristezza quando, in questa esplosione di vita, cercano volontari per l’esercito. Qui c’è il mitico Hard Rock Cafè, tempio dei Beetles; c’è il Bubbagump di Forster; c’è il Planet Holliwood pronti ad accoglierti con hamburger e patatine fritte,cheesburger e patatine fritte, gamberetti e patatine fritte e… cocacola e bella musica. C’è Tois il regno dei giocattoli; c’è la sede del Times da dove la notte di ogni inizio dell’anno cala la sfera di cristallo. Camminare sempre camminare. Lasciando la Broadway verso la 42° Street trovo Bryant Park: un’oasi di verde e di tranquillità con decine e decine di newyorkesi a pattinare su una grande pista di ghiaccio circondata da pittoresche bancarelle e tipici negozietti. Sembra impossibile tutto questo a soli quattrocento metri dall’esplosione di Times Square e in mezzo a grandiosi grattacieli ! Ma New York è anche questo: improvvise oasi di relax, polmoni di verde e di tranquillità in mezzo a colate di cemento, acciaio e vetro. New York e un immenso e magnifico set cinematografico. Per rendersene conto basta passeggiare sul Ponte di Brooklyn e gettare “Uno sguardo dal ponte”con Arthur Miller sugli immigrati italiani in America; basta andare sulla Fifth Avenue e ricordarsi di “colazione da Tiffany”; andare al Washington Park e provare a camminare “A piedi nudi nel parco” ; incrociare le strade ai Five Points stando attenti alle “Bande di New York” di M. Scorsese, senza ritardare all’”Appuntamento al Plaza” per aver indugiato a vedere “King Kong” arrampicarsi ancora sull’Empire State Building. Basta sedersi con Woody Allen su una panchina del Pier17 e ammirare lo skyline di Manhattan per convincersi che tutta New York è stata e sarà sempre un magnifico set cinematografico dove il film nasce per magia. E Manco a dirlo, anche i Barbieri di New York mi consigliano di visitare il Grand Central Terminal dove fu girato il film “Gli intoccabili” di B. De Palma, con la leggendaria scena della carrozzella sulle scalinate della monumentale stazione. Mi consigliano pure di andare al ristorante “la Luna Piena” da Luigi, originario di Putignano: bistecca di carne argentina, scialatielli, nero d’Avola, lenticchie, fazooli, panelluccia fatta in casa. Ci lascio sessanta dollari anche se dichiaro che mi hanno mandato i Barbieri di New York. Meglio un buon panino a otto dollari, fatto con prodotti genuini italiani nella comunità di Little Italy. Ormai il quartiere italiano è cambiato. Dieci anni di nuova immigrazione hanno trasformato la comunità italiana e non solo. Trovo poche bandiere e pochi negozi con le insegne italiane perchè tutto è fagocitato dalla vicina Chinatown. Invasivi, intraprendenti, imprenditivi i cinesi monopolizzano le attività commerciali di questa e di altre zone. Qui restano la festa di San Gennaro, il ristorante “da Mario” dove fu girata la famosa scena de “Il Padrino”,poche famiglie italoamericane. Anche Harlem e il Bronx sono cambiati. Da quando un certo Bill Clinton ha insediato ad Harlem i suoi uffici il quartiere è abitato anche da bianchi e da borghes; resta però la comunità afroamericana più numerosa che vive nel ricordo di Malcom X, nei cori gospel della Chiesa Battista Abissina e nell’Harlem Market. Nel Bronx i latinoamericani ormai sono la maggioranza, sicchè a New York se non conosci l’inglese, ma te la cavi con lo spagnolo, non hai problemi perché la lingua più parlata è quella latinoamericana. Magica New York. Filippo Pugliese Presidente Comitato Nazionale Centro Turistico Acli.

IL PRESEPE VIVENTE E L’ILLUSIONE DELLE STELLE, Matera

Filippo Pugliese

Pagina inserita il 31/12/2010
Autore: Filippo Pugliese
Luogo: MATERA – 31/12/2010

Potenza,31/12/2010

IL PRESEPE VIVENTE E L’ILLUSIONE DELLE STELLE

Era magico il cielo sopra Matera, con le stelle ad aspettare il presepe vivente più grande del mondo. Uno scenario di favola antica, quello che nell’ora magica della sera si apriva sui Sassi. Chi conosce Matera sa che i Sassi sono già da sè un magnifico presepe naturale che, per essere visto in un solo colpo d’occhio, basta affacciarsi dal belvedere di Palazzo Lanfranchi. I Sassi di Matera hanno questa peculiare unicità: “l’affaccio”. Si affacciavano anche le stelle insieme alla gente per vedere se lo spirito del Natale avesse toccato le strade, le scalinate, i vicoli, gli spiazzi e le case, segnandone gli usci con l’anima della Natività, un po’ come l’angelo biblico che nella storia del Mosè in Egitto segnava gli usci delle case di chi avrebbe poi intrapreso l’Esodo verso la Palestina. C’era folla nei Sassi. Tantissima gente, raccolta nello slargo di San Pietro Caveoso che però non la conteneva tutta, ad aspettare tra gonfaloni e bandiere che il Sindaco e il Vescovo, dopo aver consumato il rito dell’inaugurazione, dessero l’inizio. Ma, forse, a un presepe vivente non si dà l’inizio perché esso semplicemente avviene. Una grande folla ondeggiante che veniva indirizzata in una strettoia di ingresso e incanalata in un percorso obbligato, segnato da un cordone oltre il quale settecento figuranti in costume rappresentavano la molteplice quotidianità del popolo palestinese, evocandone abitudini e costumi fino alla stalla della Natività. Settecento metri che la folla, troppa per essere trattenuta in un unico percorso,doveva fare senza potersi fermare o tornare. Una strettoia all’ingresso e una strettoia all’uscita, chiusi tutti gli accessi ai Sassi e, fuori percorso, desolatamente deserti i vicoli, le strade, le scalinate, gli spiazzi gli usci delle case e i portoni dei palazzotti, le arcate che fanno di quel groviglio abitativo un meraviglioso quartiere arabeggiante. Se i Sassi sono già da sé un magnifico presepe, renderlo vivente vuol dire semplicemente animarlo? Vuol dire vificarlo con il calore della Natività, in modo da farne anche se per una sola giornata una Betlemme vissuta ? Ognuno può immaginarsi il presepe vivente che vuole. Io me lo immagino senza un orario stabilito e senza i riti dell’inaugurazione, con i numerosi accessi aperti e con i settecento figuranti che animano ogni spazio del Sasso Caveoso, con la gente che si perde, libera, per le stradine, per le scalinate, negli spiazzi, sui sagrati e nelle chiese, sotto i porticati, sugli usci delle case, nei portoni dei palazzetti, sulle logge dei signori e nelle stalle dei contadini. C’era folla nei Sassi, tanta gente venuta dai paesi della Basilicata, della Puglia, della Campania e chissà da dove altro ancora. Migliaia e migliaia di persone alla ricerca di uno spettacolo, ma anche di quell’anima del Natale capace di dare un’emozione e un fremito di umanità. Ma così non è stato. Non è stata colta l’anima vera del Natale. Il presepe più grande del mondo è stato grande nei numeri ma non nella qualità..Sicchè nel cielo sopra Matera resta l’illusione delle stelle di poter vedere, nella rappresentazione artistica che già fu di Pasolini e di Gibson, l’anima vera di una storia antica. Però il cielo sopra i Sassi sa aspettare che l’organizzazione si perfezioni, che ci sia qualcuno capace di meglio utilizzare la preziosa risorsa dei settecento figuranti che non sono pupi in un presepe già esistente, ma angeli capaci di animare luoghi e situazioni e di far rivivere la notte dei pastori.
FILIPPO PUGLIESE Presidente Comitato Nazionale Centro Turistico Acli

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